Trieste…che spettacolo!

Archive for aprile 13th, 2010

Peter Quilter

V soboto, 8. maja bo na odru Slovenskega stalnega gledališča premiera predstave…

Sabato 8 maggio al Teatro stabile sloveno andrà in scena la prima dello spettacolo…

(SLO)

Peter Quilter: DUETI

Peter Quilter je nova zvezda angleške komediografije, saj so njegove igre že prevedene v sedemnajst jezikov in jih uprizarjajo v štirindvajsetih deželah po vseh kontinentih. Tudi igro Dueti (2008) že igrajo na več odrih po vsem svetu. Romantično komedijo sestavlja pet krajših živahnih enodejank o kaotičnem svetu ljubezenskih odnosov. Pari so povsem različni (dva samska na prvem zmenku, uslužbenka in šef pred rojstnodnevno zabavo, igralka in igralec z dolgo skupno kilometrino, zakonca na počitnicah, brat in sestra pred tretjo poroko), njihovi zapleti pa vključujejo različne točke romance, od zmenka na slepo do ločitve. Ker vseh deset vlog igrata dva igralca, ponujajo Dueti tudi priložnost za občudovanje gledališke magije, saj se igralca iz zgodbe v zgodbo transformirata pred očmi gledalcev kot del predstave.

Quilterjevo pisavo odlikuje žlahten preplet humorja in sentimenta, zato ne preseneča, da je avtor igro Dueti posvetil slavnemu Neilu Simonu, ki je s svojimi deli postavil standard broadwayske uspešnice. Kvintet zgodb, povezanih v zaključeno celoto, ponuja gledališki dogodek, poln smeha, ljubezni in presenečenj.

V slovenski praizvedbi bosta igrala Maja Blagovič in Vladimir Jurc, igralski par, ki že vrsto let predstavlja jedro tržaškega umetniškega ansambla.

(ITA)

Peter Quilter: DUETTI

Peter Quilter è la nuova stella della commedia inglese e le sue opere sono state già tradotte in diciassette lingue e messe in scena in ventiquattro paesi di tutti i contintenti. Anche Duetti (2008) rientra nel numero dei successi internazionali. La commedia romantica è costituita da cinque vivaci atti unici sul mondo caotico dei rapporti di coppia. Le coppie sono tra di loro molto diverse (due single al primo appuntamento, il capo e l’impiegata alle prese con una festa di compleanno, due attori in un lungo viaggio di lavoro, una coppia sposata in vacanza, fratello e sorella al terzo matrimonio) ma le loro storie contengono tutte un po’ di romanticismo, dall’appuntamento al buio fino alla separazione. Tutti e dieci i ruoli vengono interpretati da due attori, per questo motivo Duetti offre l’occasione di ammirare la magia del teatro attraverso le trasformazioni dei due attori di vicenda in vicenda davanti agli occhi degli spettatori.

 La scrittura di Quilter è caratterizzata da un sottile intreccio di humor e sentimento, per questo non stupisce che l’autore abbia dedicato Duetti al celebre Neil Simon che ha posto le basi degli standard dei grandi successi di Broadway. Il quintetto di storie collegate all’interno di un unico spettacolo, offre un evento teatrale pieno di risate, sentimento e sorprese.Gli interpreti dello spettacolo saranno invece Maja Blagovič e Vladimir Jurc, una coppia che è già da molti anni una colonna della compagnia stabile del teatro triestino.

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Tingeltanz

(ITA)

Stefano Dongetti: TINGELTANZ

“Tingeltanz” è un grottesco e bizzarro cabaret (molto poco televisivo…) sugli anni vuoti in cui viviamo e sui paradossali personaggi che li animano. Un viaggio nell’assurdo dell’Italia di oggi: un naziskin gay e le sue disavventure da “diverso”, una donna in carriera che sfoga la sua voglia di maternità con degli sconosciuti al parco, demenziali pusher che spacciano nuovi partiti politici, una lavoratrice zombie interinale, la neo eletta Miss Città del Vaticano 2009, famiglie poco tradizionali e molto altro ancora

Il tutto in uno scatenato e irriverente gioco teatrale comico-musicale su una strampalata compagnia di quattro attori e tre musicisti alle prese con i continui imprevisti di uno spettacolo che sembra farsi e disfarsi continuamente di fronte agli occhi del pubblico. Uno spettacolo impertinente ma giocoso, un moderno e stralunato varietà tra Karl Valentin e i Monty Python.

Il film “Lebanon” (Leone d’oro a Venezia nel 2009), che verrà proiettato al Miela il 14 aprile, è stato recensito dalla stampa italiana in modo molto positivo soprattutto per le sensazioni di realismo che suscita nello spettatore. In particolare viene ribadito il fatto che in questi anni il cinema israeliano sia uno dei migliori al mondo.

Film “Lebanon” (zmagovalec Zlatega leva v Benetkah leta 2009), ki ga bodo predvajalo v gledališču Miela 14. aprila, je italijanski tisk ocenil zelo pozitivno predvsem zaradi realističnih občutkov, ki prevzamejo gledalca. Poseben povdarek gre temu, da je v zadnjih letih izraelski filmi eni najboljših na svetu.

Roberto Nepoti, nella Repubblica del 23 ottobre 2009 afferma:

“Vincitore dell’ ultima Mostra di Venezia, Lebanon di Maoz Shmulik è la definitiva dimostrazione che il cinema israeliano si sta affermando come uno dei migliori del mondo: forse il migliore in assoluto di questi anni. È un film implacabile, duro e calcolato al millimetro, ma anche pieno di verità: non ti illustra una tesi, preferisce buttarti in faccia le evidenze […] Se il “film di carro armato” è un filone del warmovie (“Belva di guerra”), mai si era visto utilizzo più impressionante della claustrofobia che lo contraddistingue. Con il rumore della ferraglia nelle orecchie, l’ eco delle detonazioni più lontano, lo spettatore si sente intrappolato nell’ angusto spazio interno del corazzato, condivide l’ ottica dei soldati, che è (ecco il segreto stilistico del film) un’ ottica monca, limitata a una sola porzione dello spazio circostante, ma che pure permette di vedere le vittime del carro armato osservare loro quattro, i carnefici. Senza mai barare, il film gioca serrato con i nervi del pubblico, al quale è facile identificarsi con quattro giovani dalle belle facce precipitati nell’ orrore. Storia di perdite dell’ innocenza (di alcuni giovani, di una nazione…), Lebanon è un’ opera senza sconti, che non ti lascia per molte ore dopo la visione.”

Fabio Ferzetti nel Messaggero del 24 ottobre 2009 :

“Ci voleva un leone d’oro per segnalare a dovere l’onda montante del cinema israeliano. Sottolineando le linee guida del lavoro di una nuova generazione di registi, fra cui la guerra occupa un posto di riguardo. Ambientato tutto all’interno di un carroarmato salvo due fulminanti inquadrature, Lebanon di Samuel Maoz è quasi la prosecuzione con altri mezzi di Valzer con Bashir, il capolavoro di Ari Folman che ha cambiato la storia del cinema di guerra e d’animazione […] Si pensa ai film di sommergibili di una volta, ma è un attimo. E se uscendo dalla sala è facile razionalizzare, perché in fondo ogni film bellico parla di orrori senza nome, di conflitti di potere, di crimini di guerra, Lebanon riesce a fondere con grande forza due piste. Quella “umana”, accentuata dalla claustrofobia di fondo (il soldato che si ribella, il comandante che usa le proibitissime bombe al fosforo, il falangista cristiano che entra nell’abitacolo e descrive al prigioniero siriano, in arabo, le torture che lo aspettano il giorno dopo, etc.). E quella più propriamente di guerra, con nefandezze ai danni dei civili che gettano una luce sempre più sinistra sul groviglio della guerra israelo-libanese.
Anche se poi la scena più toccante del film è quella in cui un carrista rievoca un episodio della sua infanzia mescolando sesso e morte, l’eccitazione della prima volta e il giorno in cui perse suo padre. E lo fa usando solo parole.”

Lietta Tornabuoni ne La Stampa del 23 ottobre 2009:

“«Il 16 giugno 1982, alle 6,15 del mattino ho vissuto gli orrori della guerra per la prima volta sulla mia pelle. Ho reagito con un istintivo gesto di autodifesa. Avevo vent’anni». Il regista israeliano, 47 anni, parla della prima guerra con il Libano, alla quale partecipò come artigliere. Eppure Lebanon non è un film di guerra. E’ la storia di quattro ventenni chiusi dentro un carro armato, sporchi e assediati dal caldo, senza spazio, senz’aria, senza potersi muovere né poter gridare, pisciare, fumare, senza poter vedere cosa accadeva all’esterno salvo che attraverso il mirino, senza riuscire a dominare l’ostilità reciproca nata dalla paura di dare e ricevere morte. Un’esperienza dura per quattro giovani contemporanei privi di esperienza bellica, abituati alla vita comoda. La storia vera di sopravvivenza mentre i nemici (bambini, donne, vecchi), il senso di soffocamento e di prigionia sono raccontati molto bene, con realismo sobrio ed efficace. Quando il regista Maoz tornò a casa, emigrò subito negli Stati Uniti; ha dovuto lasciar passare venticinque anni prima di riuscire a raccontare quella storia. Il film ha ricevuto quest’anno a Venezia il Leone d’oro.”

Maurizio Cabona ne Il Giornale del 23 ottobre 2009:

“Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2009, Lebanon è – come Valzer con Bachir, presentato al Festival di Cannes 2008 – una revisione dell’occupazione del Libano nel 1982. Potrebbe essere teatro filmato. Invece, per la bravura di Maoz, è un vero film e dà vera angoscia. Realmente carrista allora, il regista ha avuto miglior sorte che i suoi personaggi, militari di leva non all’altezza del loro nuovo mestiere: ammazzare chi potrebbe ammazzarli. E anche chi è soltanto nei paraggi, quando alla paura subentra il terrore.”

Paola Casella in Europa del 24 ottobre 2009

“Com’è la guerra vista dal di dentro? Più della sequenza dello sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan, più delle trincee di Orizzonti di gloria, il film del regista israeliano che ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia ci fa provare sulla nostra pelle (e nel nostro stomaco, come un pugno ben assestato) la sensazione di essere al centro dell’inferno, perché è interamente girato dall’interno di un carroarmato che si muove fra i vicoli di una Beirut devastata dalla guerra. Da spettatori, ci troviamo gettati in un tour de force sensoriale che suscita in noi qualcosa di simile al terrore che deve provare un soldato sulla linea del fronte: il buio, il caldo, la claustrofobia. Lebanon racconta una delle più sanguinose guerre contemporanee meglio di Walzer con Bashir, come in Garage Olimpo ci fa percepire il disorientamento sensoriale del prigioniero, come in Apocalypse Now documenta la componente surreale (e l’orrore) di ogni conflitto. Un’esperienza che definire forte è poco, e un punto di vista umano e registico davvero unico nel panorama cinematografico mondiale.”

A mio avviso vale la pena vederlo.

Sara


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