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“Lourdes”: cosa ne pensa la critica? – “Lourdes”: kaj misli kritika?

Posted on: 3 maggio 2010

Il film “Lourdes” di Jessica Husner è stato criticato molto positivamente dalla stampa italiana. In particolare il modo di raccontare una storia così “religiosa” con delicatezza e intensità nonostante la crudeltà della condizione fisica in cui si trova inizialmente la protagonista. Ricco di particolari lascia comunque un senso di mistero, quel mistero che nessuno sa spiegare che è Lourdes.

Film “Lourdes” Jessice Hunser  je italijanski tisk ocenil zelo pozitivno, še posebno delikaten način pripovedovanja tako “religione” zgodbe, čeprav so fizične razmere glavne junakinje na začetku res krute. Bogat podrobnosti, vseeno pusti skrivnost, ki nihče si jo ne razlaga.

di Curzio Maltese La Repubblica 3 febbraio 2010

«Lo Spirito Santo propone alla Madonna di fare un viaggio: “Andiamo a Gerusalemme!” “Ma no, ancora Gerusalemme…” “Allora andiamo a Lourdes” E la Madonna: “Fantastico, non ci sono mai stata!”». E’ questa l’ unica battuta di Lourdes, film sinistro e solenne che ha scatenato l’ applauso della critica all’ ultima Mostra di Venezia. Girare un film nei santuari dei miracoli, in particolare a Lourdes, non è un’ impresa semplice. La Chiesa esercita un feroce controllo dell’ immaginario legato ai viaggi della speranza e il mercato pullula di fiction e documentari celebrativi. La giovane regista Jessica Hausner ha impiegato un anno per convincere le autorità ecclesiastiche a concedere i permessi per filmare i luoghi sacri. Vi è riuscita sulla base di una sceneggiatura in apparenza devota, una storia che racconta un mezzo miracolo e una mezza conversione di una scettica visitatrice. E’ proprio vero quanto sosteneva Karl Kraus. Il potere censura soltanto la satira che riesce a capire. […] A Lourdes, nonostante tutto, i miracoli accadono davvero, sono sempre accaduti. Nessuno è mai stato capace di spiegarne le ragioni, non la scienza né la statistica, né gli studiosi atei del fenomeno, ma neppure i religiosi. E’ un mistero divino, oppure tutto umano, chiuso dentro un cervello di cui ancora sappiamo così poco. Ognuno può scegliere l’ interpretazione che vuole. Christine si limita a gioire della scoperta di una nuova vita, volando sopra la gelosia degli altri malati. Che si materializza in maniera quasi fisica quando Christine riceve il premio per «il miglior pellegrino dell’ anno». Un premio che esiste nella realtà e in modo sempre poco cristiano non premia il pellegrino più assiduo e devoto, ma soltanto chi ha avuto successo, insomma il miglior miracolato, come le lotterie. Il lieto fine della storia ha un sapore ironico e irrisolto. La Hausner è austriaca come il grande Michael Haneke, di cui condivide la passione per i finali ambigui. Forse Christine non è guarita davvero e gli evidenti progressi sono temporanei, come spesso accade ai miracolati di Lourdes. Forse nessuno guarisce davvero, che è una tesi più filosofica. La scena del ballo finale conserva una grazia misteriosa, come tutto il film. Lourdes è il genere di film destinato a piacere molto alla critica internazionale, che infatti lo ha premiato a Venezia, e meno al pubblico pagante. L’ Istituto Luce che lo distribuisce forse punta sul malinteso già fatale alle autorità religiose di Lourdes, nella speranza di catturare un pubblico cattolico allenato al tema da innumerevoli e terrificanti fiction televisive. Il business dei miracoli del resto è sempre fiorente, come sanno non soltanto i preti, ma anche i politici, i finanzieri e i bookmakers. Tutti mestieri che, con il tempo, tendono a diventare uno solo.”
di Cristina Piccino Il Manifesto 12 febbraio 2010

[…] Jessica Hausner, regista delle nuove generazioni austriache (molto inquietante anche il suo precedente lavoro per il grande schermo Hotel rimasto inedito in Italia) si immerge nell’universo che ruota intorno alla «macchina» Lourdes, esplorandone la trama di relazioni ambigue, speranze disattese, invidie malcelate che si alternano nell’attesa incerta, forse impossibile, del miracolo. Lourdes non è un documentario pure se le scene girate «dal vero» nella cattedrale coi malati in preghiera sono molto intense, e inedite, mai infatti una macchina da presa l’aveva filmate.
E non è neppure è un film sul miracolo né si avvicina a questa dimensione con l’ironia di una storiella da ridere. Il sentimento è al contrario di rispettosa delicatezza, in quell’universo regolato da un rigido rituale si scontrano la vitalità scanzonata delle giovani infermiere e dei volontari, le illusioni dei malati, gli equilibri instabili di una dipendenza emotiva reciproca. Competizione, invidia, frustrazioni, rabbia: quel perché a me nella disgrazia e perché a lei nell’improvvisa guarigione che unisce chi dichiara la propria fede e chi forse nel profondo sente di averla perduta. E insieme la necessità di credere comunque, che il miracolo sarà possibile. Una vertigine come è la vita che Hausmer sa raccontare con grazia lieve anche nella sua ferocia più insostenibile.

Alessio Guzzano City 15 febbraio 2010

“La straordinaria Sylvie Testud spegne gli occhi azzurri in una mite curiosità scettica: scruta i riti e i compagni di pellegrinaggio tra i Pirenei, dove la Madonna risorge nei souvenir e funge da divisorio tra le panche presso la sacra fonte. Poi illumina le pupille nella speranza di alzarsi e camminare, lasciare la sedia a rotelle ed esistere, magari amare quel volontario dell’Ordine di Malta la cui mano la rigenera più della pietra e della vasca mariane. Un (mezzo) miracolo? Una beffa diabolica che la medicina può spiegare? Lunga scena finale danzante – magnifica e terribile – sulle irridenti note di “Felicità” di Al Bano e Romina. Dio è una possibilità comunque crudele («Perché lei sì e io no?») agli occhi di un’eccellente regista austriaca (sbattezzata) che ha finto di voler girare un documentario e ne ha usato lo stile per scolpire la devozione e inchiodare invidie e miserie: chi vuole liberarsi da un eczema, chi cerca il miracolificio, chi il tour spirituale. Grandi domande collettive, singole tragedie tra i palloncini, l’Ave Maria di Schubert in mensa, un prete racconta una barzelletta cinica, ironia e compassione nascono dalla spoglia apparizione di luoghi ed eventi, senza manipolazione. Struggente Cinema laico in stato di grazia narrativa. Il film più bello dell’anno.

di Fabio Ferzetti Il Messaggero 12 febbraio 2010

Il santuario di Lourdes visto come un luogo terreno, dunque sottomesso a tutte le leggi che governano gli uomini, il potere, il denaro, i buoni e i cattivi sentimenti, senza per questo negare la fede e la speranza che muovono ogni anno milioni di pellegrini. La massima fabbrica di miracoli del mondo cattolico osservata con occhio distaccato, pungente, perfino divertito, ma senza cedere alla facile dissacrazione, per fare luce sulle dinamiche che la attraversano grazie a un pugno di personaggi pieni di umanità. Un film buffo e insieme solenne, «fra Dreyer e Tati» dice la sua autrice, che evoca anche Bunuel («Sono ateo, grazie a Dio») per l’intelligenza con cui scavalca le domande ingombranti per cogliere quanto quel mondo rivela, miracoli o meno, su ognuno di noi. Se un buon film si riconosce dalla chiarezza dei mezzi espressivi e dalla precisione con cui li usa, Lourdes è addirittura esemplare. Come altri importanti registi austriaci, Michael Haneke o Ulrich Seidl, Jessica Hausner lavora infatti su mondi chiusi e ben definiti entro cui operano personaggi tanto riconoscibili quanto ambigui. […]. Il tutto senza mai scadere in banalità da film a tesi, tanto che a Venezia l’eleganza crudele di Lourdes ha convinto sia i cattolici del premio Signis sia gli atei del premio Brian. Un paradosso che la dice lunga sull’arte della Hausner, così preziosa oggi che tanti film somigliano alle fiction e alle loro false certezze.”

di Lietta Tornabuoni La Stampa 12 febbraio 2010

“Uno dei santuari più famosi del mondo occidentale, méta di sei milioni di pellegrini l’anno, dedicato alla Madonna che in quel luogo francese si vuole apparisse nel 1858 per diciotto volte alla contadina Bernadette Soubirous, sede di miracoli certificati dalla Chiesa cattolica, città religiosa e città turistica, in un film di grande qualità diretto da Jessica Hausner, austriaca, cattolica sbattezzatasi in età adulta. […] Il film ha in parte l’andamento di un bellissimo documentario: con attenzione e pathos vengono descritti i riti e gli impegni quotidiani dei pellegrini a Lourdes, l’immersione nell’acqua della piscina miracolosa come la collettiva sala-mensa, la visita alla grotta mistica come la stanza da letto e le cerimonie religiose di impetrazione, il rapporto con infermiere, volontari e guardie in divisa sempre presenti, la tristezza di trovarsi costantemente in compagnia di persone malate concentrate su una speranza perlopiù frustrata. Questa descrizione minuziosa è ispirata a una fisicità che non ha nulla di spirituale ma si rivela molto, molto interessante, proprio grazie al suo materialismo. Una parte diversa di Lourdes riflette e a volte discute sul miracolo: cos’è, perché accade, perché favorisce alcuni e non altri, perché non si verifica. Infine, tutto il film mostra il volto del dolore umano: le facce deformate dalla sofferenza, le persone alterate dal rancore (perché lei sì e io no?), la speranza e la fede come consolazioni impossibili, la preghiera come mantra penoso. Eppure il permanere di intensa umanità: le piccole vanità e rivalità, l’insorgere improvviso d’una risata, la stanchezza fisica più forte di tutto.
Molto bello e onesto, senza ironia, preclusioni ideologiche né pregiudizi. La protagonista Sylvie Testud è un’attrice bravissima e non bella, anche scrittrice (il suo Senza santi in paradiso è pubblicato da Salani). Lo stile e il freddo pathos del film sono perfetti.”

di Maurizio Cabona Il Giornale 12 febbraio 2010

“[…]Ora da Venezia viene invece Lourdes di Jessica Hausner, che si svolge invece tutto nel santuario. L’interpreta Sylvie Testud e ha una dote. Anziché riempire di vana angoscia, fa riflettere senza annoiare.[…] L’atea austriaca Hausner evita i toni da miscredente. Adotta un’angolazione da documentario sul contrasto tra fede (o meglio, ultima speranza) dei malati e mercanti nel santuario pireneico, che evocano i mercanti nel tempio giudaico. Non risparmia dettagli delle malattie, ma senza calcare la mano, e vi affianca la voglia di vivere che la desolazione scatena, per reazione, in una giovanissima infermiera (Léa Seydoux, rampolla della dinastia produttiva francese). Anche i preti sono credibili e credenti, nel senso che credono nel miracolo se la scienza non offre di meglio. Lourdes propone personaggi verosimili, divisi dal reale discrimine delle esistenze: quelle che hanno e quelle che non hanno ancora la morte incombente. L’irruzione di un noto motivo musicale, lanciato da Al Bano, corona un finale magnifico, da carpe diem.”

Consiglio di vederlo!

Sara

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