Trieste…che spettacolo!

19-23 gennaio 2011: DONNA ROSITA NUBILE

Posted on: 13 gennaio 2011

Dal 19 al 23 gennaio continua la stagione di prosa al Politeama Rossetti con lo spettacolo:

DONNA ROSITA NUBILE

Di: Federico Garcia Lorca; traduzione di Elena Clementelli
Scene: Ezio Frigerio
Costumi: Franca Squarciapino
Musiche: Josep Maria Arrizabalaga; movimenti coreografici di Montserrat Colomé Pujol
Regia: Lluis Pasqual
Produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Interpreti: (in o.a.) Andrea Coppone, Gian Carlo Dettori, Pasquale Di Filippo, Alessandra Gigli, Eleonora Giovanardi, Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Rosalina Neri, Franca Nuti, Eugenio Olivieri, Stella Piccioni, Franco Sangermano, Camilla Semino, Sara Zoia

Gian Carlo Dettori, Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Rosalina Neri, Franca Nuti… I più grandi attori di Giorgio Strehler in un cast mozzafiato, danno vita al dramma di Federico Garcia LorcaDonna Rosita nubile, inedita produzione del Piccolo Teatro di Milano. Li dirige Lluis Pasqual, regista catalano di fama internazionale, il regista “lorchiano” per antonomasia. Donna Rosita nubile, composto fra il 1924 al 1935, è un testo singolare nella produzione di Lorca che il clichè vuole connotata da passioni violente e cupe.
Qui invece il poeta si volge a una storia piccola, delicata, dove la tragedia, la violenza ci sono ma risultano “ovattate”: «Rosita è un acquerello, una cartolina, tutto dev’essere leggero» sostiene infatti Pasqual. «La sua grandezza è che è una storia molto piccola, la vicenda di una zitella che si è fatta ingannare da uno che le ha promesso di sposarla, se n’è andato e per anni le ha mandato lettere zeppe di bugie: oggi non esiste giornale che ne scriverebbe cinque righe, neanche in un paesino sperduto. Lorca sceglie una storia tanto piccola e la fa diventare enorme».
La rende enorme costruendola in modo composito, armonizzando musica e recitazione, prosa e versi, stili differenti che gli permettono da un lato di stigmatizzare la vita di provincia, il perbenismo di facciata della Granada di primo Novecento (che fa da sfondo alla vicenda), dall’altro di raccontare con infinita delicatezza la tragedia intima di una donna che nell’attesa di un amore mai consumato e ingannevole, sfiorisce. Proprio come la rosa mutabilis che lo zio botanico di Rosita ama coltivare e che nell’arco di una giornata si schiude vermiglia per diventare quasi bianca la sera e sfogliarsi al calare della notte. È proprio Rosita a descrivere con soave lirismo, più e più volte questo ciclo: profezia e insieme scongiuro che rivolge al proprio destino. Come quello della rosa anche il destino di Rosita è emblema del tempus fugit.
Un tempo che Rosita lascia scorrere al di fuori del proprio spazio domestico, fatto di un salottino e di un giardino ove nessuno, nemmeno la compassione degli “altri” può turbarla.
Ma alla fine, quando si scoprirà l’inganno del fidanzato, Donna Rosita dovrà lasciare anche quel rifugio, perduto, checovianamente, in seguito alla rovina finanziaria della famiglia.
Un colpo di vento aprirà le porte sul giardino, agiterà le tende immacolate: simbolo della ritrovata libertà di Rosita o dei suoi petali che ormai si sfogliano?

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