Trieste…che spettacolo!

Archive for the ‘Recensioni’ Category

Il film “   An Education” di Sherfig , uscito nei cinema italiani il 5 febbraio 2010, è stato recensito positivamente dalla critica italiana. In particolare viene sottolineata la bravura nel descrivere l’epoca in cui il film viene ambientato, cioè gi anni 60 e il grande cast con una Carey Mulligan (che interpreta Jenny la protagonista) molto convincente e paragonata addirittura da alcuni ad una baby Audrey Hepburn.

Sherfingov film “An Education”, ki je v Italiji izšel 5. februarja 2010, je italijanska kritika ocenila pozitivno. Poseben povdarek gre spretnosti opisa obdobja, v katerem se film odvija, in sicer Šestdeseta leta, in ansambel s Carey Mulligan (ki je v filmu Jenny, glavna junakinja), ki so jo primerjali celo mladi Audrey Hepburn.

 

di Natalia Aspesi La Repubblica , 6 febbraio 2010

“ […]Che senso ha più sognare Oxford quando quel simpatico e gaudente giovanotto ebreo («Sei al corrente che gli ebrei hanno ucciso nostro Signore?», le dice l’ ottusa direttrice della scuola, la risorta Emma Thompson) le chiede di sposarlo e le offre un futuro ricco e brillante? Non sarà così, come non lo fu per la vera protagonista della storia, la giornalista inglese Lynn Barber; dalle memorie della quale, Nick Hornby ( Alta Fedeltà, Febbre a 90 ‘ ) ha tratto la sceneggiatura (pubblicata da Guanda) per il film, prodotto a basso costo anche da sua moglie, diretto dalla regista danese Lone Sherfig. An education è un’ opera di massima grazia nel descrivere il preludio di un’ epoca che avrebbe abbattuto ogni austerità in nome del diritto al piacere, e nel raccontare il confuso maturare di una giovane donna dall’ innocenza alla consapevolezza attraverso errori e sogni. Il film è candidato a 3 Oscar (film, sceneggiatura non originale, protagonista femminile) e ha interpreti geniali: non solo Carey Mulligan, Jenny appassionata e commovente, ma anche Peter Sarsgaard, che in ogni suo gesto brillante e romantico insinua nello spettatore (forse anche in Jenny), un dubbio. Alfred Molina è un padre che non ha saputo proteggere la figlia: «Ho avuto paura per tutta la vita e non volevo che anche tu ne avessi».

di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera 4 febbraio 2010 

“Passano gli anni, ma il marchio Bbc continua a essere una garanzia anche per il cinema. Forse non tutti i film coprodotti dalla società inglese sono dei capolavori, ma il livello medio è sempre molto alto, quello di una professionalità certa e verificata. A cominciare dalla prova degli attori per continuare con le cosiddette production values (la «ricchezza» e la qualità dello sforzo produttivo, dalla scenografia ai costumi all’ ambientazione) e finire con il livello della scrittura e della messa in scena. E An Education non smentisce questa bella tradizione. Sceneggiato da Nick Hornby a partire dalle memorie autobiografiche di Lynn Barber (la sceneggiatura letteraria, senza le indicazioni della regia, si può leggere in italiano pubblicata da Guanda) […] Diretto con bella mano da Lone Scherfig, regista danese di cui si era già visto da noi Italiano per principianti, il film riesce a catturare l’ atmosfera di sotterranea ribellione che all’ inizio degli anni Sessanta comincia a serpeggiare in Inghilterra come nel resto d’ Europa. Non sono ancora gli anni dei Beatles, ma la voglia di buttarsi dietro le spalle le troppo rigide regole dell’ educazione borghese comincia a prendere forma. Basta poco a Jenny per passare dal rispetto per i propri insegnanti (soprattutto per la professoressa di inglese, interpretata da Olivia Williams) al disprezzo per una vita fatta solo di doveri e sacrifici. David le offre cene costose, serata divertenti, weekend «peccaminosi» (a cui il fino ad allora rigidissimo padre non sa opporsi: e questo voltafaccia è forse il vero punto debole della sceneggiatura) e l’ ex scolara modello butta tranquillamente a mare le sue ambizioni universitarie. Tutto andrà come si immaginano Jenny e i suoi genitori? Lasciamo allo spettatore il piacere di scoprirlo, anche se non è certo questo il merito principale del film. Piuttosto An Education vale per la capacità di descrivere un mondo che vorrebbe cambiare ma che non ha ancora trovato la forza di farlo. Un mondo dove i tabù stanno per cadere (soprattutto quelli legati al sesso) ma dove servono ancora una serie di ipocrite giustificazioni per dar loro la definitiva spallata o dove si respirano le prime ventate d’ indipendenza femminile, incapaci però di trasformarsi in effettiva voglia di liberazione. Ma anche un mondo dove con le vecchie regole sembrano dissolversi insieme al rigore morale e alla coerenza dei comportamenti, dove una ricchezza quasi a portata di mano sembra giustificare ogni tipo di azione e soprattutto ogni tipo di compromesso. Così, al di là del destino cui andrà incontro Jenny, lascia il segno il modo in cui la Scherfig sa costruire il quadro fintamente spensierato di una gioventù che non si accorge di camminare sul filo del rasoio, convinta che il futuro non possa che presentarsi gratificante e divertente e non si capisce che, come avrebbe fatto notare Pasolini, quello stesso successo finirà per togliere a quelle generazioni anche l’ innocenza e la speranza.”

di Fabio Ferzetti Il Messaggero 5 febbraio 2010 

“[…] Tratto da un amaro e pungente racconto autobiografico della famosa giornalista inglese Lynn Barber, sceneggiato con libertà e finezza da Nick Hornby […], An Education è un incantevole film in costume con molti “genitori”. Alla Barber e a Hornby vanno aggiunti infatti la regista danese Lone Scherfig (Italiano per principianti), che ci mette un tocco delicato e un’attenzione mai esteriore per l’epoca e i suoi segni. Ma soprattutto un cast oltre ogni elogio.
Dalla scintillante, irresistibile Carey Mulligan (candidata all’Oscar), che dà a Jenny la curiosità, i fremiti, le ritrosie, l’impertinenza di una ragazza cresciuta in un paese ancora segnato dalla guerra, al molle, doppio, spregevole ma umanissimo Peter Sarsgaard, capace di farci capire la sua tragedia personale (guardate il lampo d’invidia quando lei nomina Oxford…) senza mai metterci contro di lui. Passando per Alfred Molina, semplicemente strepitoso nei panni del padre così interessato all’ascesa sociale della figlia da rendersi complice di vere nefandezze. La seconda parte è più illustrativa, meno sorprendente. Ma poche volte un film ha raccontato meglio lo sviluppo di aspettative, proiezioni, sentimenti e risentimenti, che unisce genitori e figli, ricchi e poveri, colti e meno colti, in un unico infernale girotondo.”

Alessio Guzzano City 8 febbraio 2010

In attesa che germoglino i Beatles e i figli dei fiori, l’Inghilterra del 1961 è ancora una nazione postbellica, un oceano lontana dagli hula hop: dignitosamente povera, imbalsamata nelle regole, proletaria nello spirito ma piccolo borghese nei tinelli ben apparecchiati. Come quello di una 17enne che sogna la nobile Francia e la letteratura di Oxford, e dei suoi genitori che consentono a un ricco bellimbusto 30enne acculturato di flirtare con lei portandola in un mondo dorato – aste, concerti, corse dei cani, viaggi, moda, ristoranti – a scapito di un’istruzione che per le donne «è solo l’alternativa a un buon matrimonio». La delusione sarà feroce. Ma anche l’ostinazione della giovane. La vicenda è vera, capitò a una futura giornalista che accettò un passaggio dall’uomo sbagliato (o meglio, lo accettò il suo violoncello). Le mani sceneggiatrici di Nick Hornby, lo scrittore di “Febbre a 90°”, “Alta fedeltà” e “About a Boy” (tutti ben trasformati in film), la rendono il bozzetto dolceamaro di un’epoca grigiastra tentata da vitali colori ribelli: dotte frivolezze, intense debolezze. Nel cast esemplare, spicca Carey Mulligan (22enne, ma non si vede), una perfetta baby Audrey Hepburn quando brinda sulla Senna, sensibile a brividi adulti ma non ai fremiti del sesso.”

Spero vi sia stato d’aiuto…e…

Buona visione!!!!!

Upam, da vam je bilo v pomoč…in… Dober ogled!!!!

SARA

Il film “Lourdes” di Jessica Husner è stato criticato molto positivamente dalla stampa italiana. In particolare il modo di raccontare una storia così “religiosa” con delicatezza e intensità nonostante la crudeltà della condizione fisica in cui si trova inizialmente la protagonista. Ricco di particolari lascia comunque un senso di mistero, quel mistero che nessuno sa spiegare che è Lourdes.

Film “Lourdes” Jessice Hunser  je italijanski tisk ocenil zelo pozitivno, še posebno delikaten način pripovedovanja tako “religione” zgodbe, čeprav so fizične razmere glavne junakinje na začetku res krute. Bogat podrobnosti, vseeno pusti skrivnost, ki nihče si jo ne razlaga.

di Curzio Maltese La Repubblica 3 febbraio 2010

«Lo Spirito Santo propone alla Madonna di fare un viaggio: “Andiamo a Gerusalemme!” “Ma no, ancora Gerusalemme…” “Allora andiamo a Lourdes” E la Madonna: “Fantastico, non ci sono mai stata!”». E’ questa l’ unica battuta di Lourdes, film sinistro e solenne che ha scatenato l’ applauso della critica all’ ultima Mostra di Venezia. Girare un film nei santuari dei miracoli, in particolare a Lourdes, non è un’ impresa semplice. La Chiesa esercita un feroce controllo dell’ immaginario legato ai viaggi della speranza e il mercato pullula di fiction e documentari celebrativi. La giovane regista Jessica Hausner ha impiegato un anno per convincere le autorità ecclesiastiche a concedere i permessi per filmare i luoghi sacri. Vi è riuscita sulla base di una sceneggiatura in apparenza devota, una storia che racconta un mezzo miracolo e una mezza conversione di una scettica visitatrice. E’ proprio vero quanto sosteneva Karl Kraus. Il potere censura soltanto la satira che riesce a capire. […] A Lourdes, nonostante tutto, i miracoli accadono davvero, sono sempre accaduti. Nessuno è mai stato capace di spiegarne le ragioni, non la scienza né la statistica, né gli studiosi atei del fenomeno, ma neppure i religiosi. E’ un mistero divino, oppure tutto umano, chiuso dentro un cervello di cui ancora sappiamo così poco. Ognuno può scegliere l’ interpretazione che vuole. Christine si limita a gioire della scoperta di una nuova vita, volando sopra la gelosia degli altri malati. Che si materializza in maniera quasi fisica quando Christine riceve il premio per «il miglior pellegrino dell’ anno». Un premio che esiste nella realtà e in modo sempre poco cristiano non premia il pellegrino più assiduo e devoto, ma soltanto chi ha avuto successo, insomma il miglior miracolato, come le lotterie. Il lieto fine della storia ha un sapore ironico e irrisolto. La Hausner è austriaca come il grande Michael Haneke, di cui condivide la passione per i finali ambigui. Forse Christine non è guarita davvero e gli evidenti progressi sono temporanei, come spesso accade ai miracolati di Lourdes. Forse nessuno guarisce davvero, che è una tesi più filosofica. La scena del ballo finale conserva una grazia misteriosa, come tutto il film. Lourdes è il genere di film destinato a piacere molto alla critica internazionale, che infatti lo ha premiato a Venezia, e meno al pubblico pagante. L’ Istituto Luce che lo distribuisce forse punta sul malinteso già fatale alle autorità religiose di Lourdes, nella speranza di catturare un pubblico cattolico allenato al tema da innumerevoli e terrificanti fiction televisive. Il business dei miracoli del resto è sempre fiorente, come sanno non soltanto i preti, ma anche i politici, i finanzieri e i bookmakers. Tutti mestieri che, con il tempo, tendono a diventare uno solo.”
di Cristina Piccino Il Manifesto 12 febbraio 2010

[…] Jessica Hausner, regista delle nuove generazioni austriache (molto inquietante anche il suo precedente lavoro per il grande schermo Hotel rimasto inedito in Italia) si immerge nell’universo che ruota intorno alla «macchina» Lourdes, esplorandone la trama di relazioni ambigue, speranze disattese, invidie malcelate che si alternano nell’attesa incerta, forse impossibile, del miracolo. Lourdes non è un documentario pure se le scene girate «dal vero» nella cattedrale coi malati in preghiera sono molto intense, e inedite, mai infatti una macchina da presa l’aveva filmate.
E non è neppure è un film sul miracolo né si avvicina a questa dimensione con l’ironia di una storiella da ridere. Il sentimento è al contrario di rispettosa delicatezza, in quell’universo regolato da un rigido rituale si scontrano la vitalità scanzonata delle giovani infermiere e dei volontari, le illusioni dei malati, gli equilibri instabili di una dipendenza emotiva reciproca. Competizione, invidia, frustrazioni, rabbia: quel perché a me nella disgrazia e perché a lei nell’improvvisa guarigione che unisce chi dichiara la propria fede e chi forse nel profondo sente di averla perduta. E insieme la necessità di credere comunque, che il miracolo sarà possibile. Una vertigine come è la vita che Hausmer sa raccontare con grazia lieve anche nella sua ferocia più insostenibile.

Alessio Guzzano City 15 febbraio 2010

“La straordinaria Sylvie Testud spegne gli occhi azzurri in una mite curiosità scettica: scruta i riti e i compagni di pellegrinaggio tra i Pirenei, dove la Madonna risorge nei souvenir e funge da divisorio tra le panche presso la sacra fonte. Poi illumina le pupille nella speranza di alzarsi e camminare, lasciare la sedia a rotelle ed esistere, magari amare quel volontario dell’Ordine di Malta la cui mano la rigenera più della pietra e della vasca mariane. Un (mezzo) miracolo? Una beffa diabolica che la medicina può spiegare? Lunga scena finale danzante – magnifica e terribile – sulle irridenti note di “Felicità” di Al Bano e Romina. Dio è una possibilità comunque crudele («Perché lei sì e io no?») agli occhi di un’eccellente regista austriaca (sbattezzata) che ha finto di voler girare un documentario e ne ha usato lo stile per scolpire la devozione e inchiodare invidie e miserie: chi vuole liberarsi da un eczema, chi cerca il miracolificio, chi il tour spirituale. Grandi domande collettive, singole tragedie tra i palloncini, l’Ave Maria di Schubert in mensa, un prete racconta una barzelletta cinica, ironia e compassione nascono dalla spoglia apparizione di luoghi ed eventi, senza manipolazione. Struggente Cinema laico in stato di grazia narrativa. Il film più bello dell’anno.

di Fabio Ferzetti Il Messaggero 12 febbraio 2010

Il santuario di Lourdes visto come un luogo terreno, dunque sottomesso a tutte le leggi che governano gli uomini, il potere, il denaro, i buoni e i cattivi sentimenti, senza per questo negare la fede e la speranza che muovono ogni anno milioni di pellegrini. La massima fabbrica di miracoli del mondo cattolico osservata con occhio distaccato, pungente, perfino divertito, ma senza cedere alla facile dissacrazione, per fare luce sulle dinamiche che la attraversano grazie a un pugno di personaggi pieni di umanità. Un film buffo e insieme solenne, «fra Dreyer e Tati» dice la sua autrice, che evoca anche Bunuel («Sono ateo, grazie a Dio») per l’intelligenza con cui scavalca le domande ingombranti per cogliere quanto quel mondo rivela, miracoli o meno, su ognuno di noi. Se un buon film si riconosce dalla chiarezza dei mezzi espressivi e dalla precisione con cui li usa, Lourdes è addirittura esemplare. Come altri importanti registi austriaci, Michael Haneke o Ulrich Seidl, Jessica Hausner lavora infatti su mondi chiusi e ben definiti entro cui operano personaggi tanto riconoscibili quanto ambigui. […]. Il tutto senza mai scadere in banalità da film a tesi, tanto che a Venezia l’eleganza crudele di Lourdes ha convinto sia i cattolici del premio Signis sia gli atei del premio Brian. Un paradosso che la dice lunga sull’arte della Hausner, così preziosa oggi che tanti film somigliano alle fiction e alle loro false certezze.”

di Lietta Tornabuoni La Stampa 12 febbraio 2010

“Uno dei santuari più famosi del mondo occidentale, méta di sei milioni di pellegrini l’anno, dedicato alla Madonna che in quel luogo francese si vuole apparisse nel 1858 per diciotto volte alla contadina Bernadette Soubirous, sede di miracoli certificati dalla Chiesa cattolica, città religiosa e città turistica, in un film di grande qualità diretto da Jessica Hausner, austriaca, cattolica sbattezzatasi in età adulta. […] Il film ha in parte l’andamento di un bellissimo documentario: con attenzione e pathos vengono descritti i riti e gli impegni quotidiani dei pellegrini a Lourdes, l’immersione nell’acqua della piscina miracolosa come la collettiva sala-mensa, la visita alla grotta mistica come la stanza da letto e le cerimonie religiose di impetrazione, il rapporto con infermiere, volontari e guardie in divisa sempre presenti, la tristezza di trovarsi costantemente in compagnia di persone malate concentrate su una speranza perlopiù frustrata. Questa descrizione minuziosa è ispirata a una fisicità che non ha nulla di spirituale ma si rivela molto, molto interessante, proprio grazie al suo materialismo. Una parte diversa di Lourdes riflette e a volte discute sul miracolo: cos’è, perché accade, perché favorisce alcuni e non altri, perché non si verifica. Infine, tutto il film mostra il volto del dolore umano: le facce deformate dalla sofferenza, le persone alterate dal rancore (perché lei sì e io no?), la speranza e la fede come consolazioni impossibili, la preghiera come mantra penoso. Eppure il permanere di intensa umanità: le piccole vanità e rivalità, l’insorgere improvviso d’una risata, la stanchezza fisica più forte di tutto.
Molto bello e onesto, senza ironia, preclusioni ideologiche né pregiudizi. La protagonista Sylvie Testud è un’attrice bravissima e non bella, anche scrittrice (il suo Senza santi in paradiso è pubblicato da Salani). Lo stile e il freddo pathos del film sono perfetti.”

di Maurizio Cabona Il Giornale 12 febbraio 2010

“[…]Ora da Venezia viene invece Lourdes di Jessica Hausner, che si svolge invece tutto nel santuario. L’interpreta Sylvie Testud e ha una dote. Anziché riempire di vana angoscia, fa riflettere senza annoiare.[…] L’atea austriaca Hausner evita i toni da miscredente. Adotta un’angolazione da documentario sul contrasto tra fede (o meglio, ultima speranza) dei malati e mercanti nel santuario pireneico, che evocano i mercanti nel tempio giudaico. Non risparmia dettagli delle malattie, ma senza calcare la mano, e vi affianca la voglia di vivere che la desolazione scatena, per reazione, in una giovanissima infermiera (Léa Seydoux, rampolla della dinastia produttiva francese). Anche i preti sono credibili e credenti, nel senso che credono nel miracolo se la scienza non offre di meglio. Lourdes propone personaggi verosimili, divisi dal reale discrimine delle esistenze: quelle che hanno e quelle che non hanno ancora la morte incombente. L’irruzione di un noto motivo musicale, lanciato da Al Bano, corona un finale magnifico, da carpe diem.”

Consiglio di vederlo!

Sara

Il film “Signore & Signori” del 1965 è stato recensito molto bene dalla stampa italiana sia al tempo in cui uscì sia successivamente. In particolare ci tengo a farvi leggere la recensione del grande Tullio Kezich, scomparso lo scorso agosto.

Film “Gospe in gospodje” iz leta 1965 je italijanski tisk ocenil zelo pozitivno bodisi v času, ko je komaj izšel kot pozneje. Želela bi vam posredovati mnenje pokojnega kritika Tullia Kezicha.

“In Signore e signori Germi fa vedere che non ce l’aveva con la Sicilia, che quei saltare addosso agli aspetti negativi di un costume è il suo modo ruvido di voler bene. Probabilmente ama anche la provincia veneta, anche se con Signore e Signori fa giustizia di tutta una “ciàcola” autocompiaciuta e sfatta, di un tetro goldinismo diventato maniera negli epigoni. Piomba come una furia nel mezzo di una tipica situazione provinciale, in una di quelle cittadine oscillanti con moto pendolare dal salotto dell’industriale più miliardario agli uffici dell’arcivescovado, e mena colpi all’impazzata. Nessuno si salva, né grandi né piccoli: la legge è una burla, il potere politico spinge in senso contrario al progresso, la stampa è asservita, I signori sono traditi, le signore sono assai poco signore: la noia di un pigro benessere intreccia fra uomini e donne rapporti aridi e mostruosi, i corvi mandano lettere anonime, il pettegolezzo trabocca e scoppia come nell’aria di Don Basilio. È un film appassionato e violento, forse un po’ squilibrato nella composizione dei vari episodi e nell’intrecciarsi dei temi, certo traboccante di spunti amari e di invettive sottintese; ha lo stesso difetto di costruzione e di misura che avevamo notato in Sedotta e abbandonata; ma non dovremmo piuttosto parlare di stile? Germi si è impadronito alla perfezione di questo modo di esprimersi attraverso una moltitudine di personaggi, il cui movimento è organizzato assai bene dalla forte sceneggiatura di Luciano Vincenzoni; e stavolta ha il vantaggio di un dialetto più insolito al cinema, usato in una chiave umoristica lontana dai crepuscolarismi del decrepito teatro regionale. Gli attori e i non attori sono tutti perfetti: Gastone Moschin dà giusta misura di ottusità e di rancore alla ribellione del suo impiegato; Alberto Lionelio incide un personaggio sgradevole, indicando per la prima volta sullo schermo la misura delle sue possibilità; Olga Villi sottolinea la dignità ambigua della patronessa e Carlo Bagno è contadinesco e vinoso come un vero personaggio di Ruzante; e perfino Virna Lisi figura meglio del solito sotto la parrucca nera di una ragazza molto sentimentale.”
Da Tullio Kezich, Il cinema degli anni sessanta, 1962-1967, Edizioni Il Formichiere

Sara

Il film “L’uomo che verrà” di Giogio Diritti è stato recensito molto positivamente dalla stampa italiana. Viene definito un capolavoro. In particolare si evidenzia e si gradisce il fatto che la storia viene raccontata dal punto di vista del popolo, di chi la guerra l’ha vissuta giorno dopo giorno tra ingiustizie e violenze; il senso di realtà è così molto forte. Viene ritenuto un film italiano per cui essere orgogliosi e assolutamente da vedere.

Film Giorgia Dirittija “L’uomo che verrà”  je italijanski tisk ocenil zelo pozitivno. Imajo ga za mojstrovino. Povdarek gre posebno temu, da je zgodba gledana z zornega kota ljudstva, ki je vojno doživelo dan za dnem med krivici in nasiljem. Zaradi tega izpade film zelo realistično. Šteje tako za italijanski film, zaradi katerega je treba biti ponosni in zasluži si ogleda.

di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera del 20 gennaio 2010

Inondati da rievocazioni scolastiche o ricostruzioni troppo schematiche della Seconda guerra mondiale e dei suoi episodi, dove il cinema viene piegato alle ambizioni propagandistiche di questo o di quello, la visione di L’ uomo che verrà offre lo stesso sollievo di una boccata di aria fresca a chi si sente soffocare. Rigoroso, emozionante, onesto, appassionato, il film di Diritti sa coniugare lucidità morale e lettura storica con uno stile insolito per il cinema italiano, di elegante e non ostentata classicità. […] Diritti guarda oltre, alla sofferenza e alla disperazione di tutti coloro che il cinismo del linguaggio definisce come «danni collaterali», al dolore e alla tragedia di quegli inermi che pagano sulla propria pelle la follia della guerra. Per farlo non amplifica le occasioni di spettacolo o di suspense. Non gli interessa – giustamente – farci palpitare per chi si salva perché dietro a ogni vita risparmiata ce ne sono troppe distrutte. Piuttosto vuole farci riflettere sulle assurdità delle guerre e delle violenze. E non tanto in nome di un pacifismo razionale ma per un’ umanissima empatia con le vittime. A quegli uomini, quelle donne e quei bambini che vanno incontro alla morte ci siamo affezionati vedendo la grama vita quotidiana, sentendo il loro odore di terra o di stalla e soffrendo la loro stessa povertà, ascoltando la durezza di una lingua che ha le stesse asprezze dei volti (per questo era necessario far parlare tutti in dialetto; per questo non disturbano i necessari sottotitoli). […] Diritti filma tutto con uno stile che sarebbe piaciuto a Bazin e a chi come lui rivendicava al cinema la capacità di restituire sullo schermo la forza della realtà: gira dal vero, mescola volti di professionisti (Sansa, Rohrwacher, Casadio: tutti eccellenti) a altri presi sul posto (la piccola Greta Zuccheri Montanari ma anche i tanti vecchi dei luoghi, alcuni, da giovani, testimoni del vero eccidio nazista), evita luoghi comuni e cadute retoriche. E riesce a regalarci una delle più belle prove di un cinema finalmente necessario, di altissimo rigore morale e insieme di appassionante e coinvolgente forza civile. Un capolavoro

di Paolo D’Agostini La Repubblica del 23 gennaio 2010

Diritti non fa documentazione anche se tutto ciò che racconta è fondato sugli accadimenti e le testimonianze reali. Né (prima che lo faccia lui, mettiamo le mani avanti noi verso chi volesse arruolarlo nella faciloneria revisionista) ha intenzione di sbalordire con una rilettura in controtendenza rispetto al canone resistenziale. Per esempio affermando, come qualcuno, che i civili inermi subirono l’ irresponsabilità della formazione partigiana Stella Rossa del comandante “Lupo”. È vero però che, sotto l’ influenza della lezione etico-estetica di Ermanno Olmi, Diritti guarda le cose senza pregiudizi, se non quello del più fermo rifiuto della barbarie. E anche quello della convinzione che fosse giusto e degno combattere l’ occupante e i suoi lacchè in camicia nera. I suoi contadini aiutano i “ribelli” e istintivamente non hanno in simpatia i tedeschi, ma non sono certo compattate cosciente classe combattente. C’ è anche chi con spavalda incoscienza, e indiscriminata fascinazione per armi e violenza, passa dai partigiani ai repubblichini. È con occhio pietoso che con il regista e con la sua piccola e muta protagonista Martina – sguardo narrante e custode della memoria futura – seguiamo il destino del soldato tedesco che si è comportato più umanamente degli altri e poi viene freddato senza pietà. Con la solennità semplice del suo andamento (e con la verità dei luoghi, delle parole e dei volti tanto più efficace quanto studiatamente e artificialmente riprodotta) questo film – come su altro versante cronologico più prossimo, e su un altro snodo chiave della nostra vicenda novecentesca, La prima linea di Renato De Maria – ci sembra che sia di aiuto a una consapevolezza diffusa e condivisa delle cose. Che, a partire dal radicamento indiscusso dei punti fermi, acquisisca la pietà come patrimonio di tutti.

di Alberto Crespi L’Unità del 22 gennaio 2010

L’ultimo grado di giudizio è il pubblico. I festival hanno parlato (bene Roma, dove è stato premiato; a vanvera Venezia, perché meritava il concorso). La critica e gli addetti ai lavori, anche. L’uomo che verrà è un magnifico film e Giorgio Diritti, a 50 anni da poco compiuti, può fregiarsi della patente di grande regista. C’è arrivato tardi, e grazie a un primo film – Il vento fa il suo giro – il cui successo sembra una fiaba[…]L’uomo che verrà non è un film sulla memoria. È un’opera che sposa un punto di vista e lo persegue: racconta Monte Sole dal punto di vista dei morti. I morti non possono parlare. Diritti li fa parlare. Non mette in scena, se non di sguincio, i partigiani. Ci trasporta nella quotidianità di quelli che stanno nel mezzo: le donne, i bambini, i vecchi, i padri di famiglia che rimangono nei villaggi dopo che i giovani, nell’autunno del ’43, sono scappati in montagna […]L’uomo che verrà ha il tempo e l’incedere lento delle stagioni. È quasi un film muto, fra Malick e Tarkovskij. Vietato perderlo

di Fabio Ferzetti Il Messaggero del 22 gennaio 2010

Succede ancora. Ogni tanto un regista allergico alle convenzioni soffia via la polvere da pagine che credevamo di sapere a memoria. Quanti film abbiamo visto sugli orrori nazisti? Quante stragi, quanti rastrellamenti, quanti tedeschi urlanti in armi? L’uomo che verrà di Giorgio Diritti è il contrario di tutto questo. Non la ricostruzione di una pagina di Storia, con tutte le maiuscole e il kitsch del caso, ma il prodursi di un evento che sembra accadere sotto i nostri occhi per la prima volta. […] È ciò che il cinema cerca di fare quasi sempre, non riuscendoci quasi mai. Eppure non c’è trucco. Basta spogliarsi di tutto ciò che sappiamo – oggi – su quell’evento. Per viverlo con gli occhi di chi lo visse, allora, come un fatto enorme e incomprensibile perché del tutto estraneo al proprio sapere e alla propria scala di valori. Facile a dirsi, meno a farsi. Diritti, già regista di Il vento fa il suo giro, ci riesce sposando dall’inizio alla fine lo sguardo dei contadini di Monte Sole, secondo logiche e ritmi che non appartengono alla Storia e alle sue guerre ma alla cultura contadina, al rapporto con la natura, a quella concezione arcaica e sacrale della vita già cara, con accenti diversi, a Olmi e Pasolini. […] Un capolavoro, limpido e accessibile, di cui essere orgogliosi. Chiedendosi anche perché ci siano voluti tanti anni per avere un film così libero e rigoroso sul tema

di Lietta Tornabuoni L’Espresso del 4 febbraio 2010

Giorgio Diritti, gia autore de Il vento fa il suo giro, evoca il tatto ne L’ uomo che verrà e fa un film molto bello. Gli avvenimenti visti con lo sguardo di una bambina di otto anni procedono parallelamente alla gravidanza della madre, il parto coincide con la strage: il neonato è “L’uomo che verrà” del titolo, il portatore di futuro che sarà giovane nel boom economico, vecchio nella crisi globale. Nell’originale i personaggi parlano nel loro dialetto emiliano, sottotitolato in italiano. Il film comincia prima del massacro e consente di conoscere il modo di vita faticoso della campagna, lo sfruttamento, la volontà rurale di non abbandonare case né animali, la paura, la bellezza insopportabile della Natura. Non ci si trova di fronte a un avventuroso “Bastardi senza gloria” né a un epico-politico “Achtung banditi!” né a un documentano storico. “L’uomo che verrà’ è la narrazione alta, nobile e semplice d’una grandezza umana e morale calpestata a morte. I protagonisti sono quelle che nella pittura figurativa vengono dette “figure iconiche”: ossia immagini realistiche e insieme icone eloquenti, ricche di significati, capaci di condensare la Storia. Eppure sono la sobrietà rispettosa dell’autore e la bravura degli interpreti a rendere il film ammirevole come nessun’ altra opera italiana del presente.

Quindi…buona visione!

Sara

Il film “Lebanon” (Leone d’oro a Venezia nel 2009), che verrà proiettato al Miela il 14 aprile, è stato recensito dalla stampa italiana in modo molto positivo soprattutto per le sensazioni di realismo che suscita nello spettatore. In particolare viene ribadito il fatto che in questi anni il cinema israeliano sia uno dei migliori al mondo.

Film “Lebanon” (zmagovalec Zlatega leva v Benetkah leta 2009), ki ga bodo predvajalo v gledališču Miela 14. aprila, je italijanski tisk ocenil zelo pozitivno predvsem zaradi realističnih občutkov, ki prevzamejo gledalca. Poseben povdarek gre temu, da je v zadnjih letih izraelski filmi eni najboljših na svetu.

Roberto Nepoti, nella Repubblica del 23 ottobre 2009 afferma:

“Vincitore dell’ ultima Mostra di Venezia, Lebanon di Maoz Shmulik è la definitiva dimostrazione che il cinema israeliano si sta affermando come uno dei migliori del mondo: forse il migliore in assoluto di questi anni. È un film implacabile, duro e calcolato al millimetro, ma anche pieno di verità: non ti illustra una tesi, preferisce buttarti in faccia le evidenze […] Se il “film di carro armato” è un filone del warmovie (“Belva di guerra”), mai si era visto utilizzo più impressionante della claustrofobia che lo contraddistingue. Con il rumore della ferraglia nelle orecchie, l’ eco delle detonazioni più lontano, lo spettatore si sente intrappolato nell’ angusto spazio interno del corazzato, condivide l’ ottica dei soldati, che è (ecco il segreto stilistico del film) un’ ottica monca, limitata a una sola porzione dello spazio circostante, ma che pure permette di vedere le vittime del carro armato osservare loro quattro, i carnefici. Senza mai barare, il film gioca serrato con i nervi del pubblico, al quale è facile identificarsi con quattro giovani dalle belle facce precipitati nell’ orrore. Storia di perdite dell’ innocenza (di alcuni giovani, di una nazione…), Lebanon è un’ opera senza sconti, che non ti lascia per molte ore dopo la visione.”

Fabio Ferzetti nel Messaggero del 24 ottobre 2009 :

“Ci voleva un leone d’oro per segnalare a dovere l’onda montante del cinema israeliano. Sottolineando le linee guida del lavoro di una nuova generazione di registi, fra cui la guerra occupa un posto di riguardo. Ambientato tutto all’interno di un carroarmato salvo due fulminanti inquadrature, Lebanon di Samuel Maoz è quasi la prosecuzione con altri mezzi di Valzer con Bashir, il capolavoro di Ari Folman che ha cambiato la storia del cinema di guerra e d’animazione […] Si pensa ai film di sommergibili di una volta, ma è un attimo. E se uscendo dalla sala è facile razionalizzare, perché in fondo ogni film bellico parla di orrori senza nome, di conflitti di potere, di crimini di guerra, Lebanon riesce a fondere con grande forza due piste. Quella “umana”, accentuata dalla claustrofobia di fondo (il soldato che si ribella, il comandante che usa le proibitissime bombe al fosforo, il falangista cristiano che entra nell’abitacolo e descrive al prigioniero siriano, in arabo, le torture che lo aspettano il giorno dopo, etc.). E quella più propriamente di guerra, con nefandezze ai danni dei civili che gettano una luce sempre più sinistra sul groviglio della guerra israelo-libanese.
Anche se poi la scena più toccante del film è quella in cui un carrista rievoca un episodio della sua infanzia mescolando sesso e morte, l’eccitazione della prima volta e il giorno in cui perse suo padre. E lo fa usando solo parole.”

Lietta Tornabuoni ne La Stampa del 23 ottobre 2009:

“«Il 16 giugno 1982, alle 6,15 del mattino ho vissuto gli orrori della guerra per la prima volta sulla mia pelle. Ho reagito con un istintivo gesto di autodifesa. Avevo vent’anni». Il regista israeliano, 47 anni, parla della prima guerra con il Libano, alla quale partecipò come artigliere. Eppure Lebanon non è un film di guerra. E’ la storia di quattro ventenni chiusi dentro un carro armato, sporchi e assediati dal caldo, senza spazio, senz’aria, senza potersi muovere né poter gridare, pisciare, fumare, senza poter vedere cosa accadeva all’esterno salvo che attraverso il mirino, senza riuscire a dominare l’ostilità reciproca nata dalla paura di dare e ricevere morte. Un’esperienza dura per quattro giovani contemporanei privi di esperienza bellica, abituati alla vita comoda. La storia vera di sopravvivenza mentre i nemici (bambini, donne, vecchi), il senso di soffocamento e di prigionia sono raccontati molto bene, con realismo sobrio ed efficace. Quando il regista Maoz tornò a casa, emigrò subito negli Stati Uniti; ha dovuto lasciar passare venticinque anni prima di riuscire a raccontare quella storia. Il film ha ricevuto quest’anno a Venezia il Leone d’oro.”

Maurizio Cabona ne Il Giornale del 23 ottobre 2009:

“Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2009, Lebanon è – come Valzer con Bachir, presentato al Festival di Cannes 2008 – una revisione dell’occupazione del Libano nel 1982. Potrebbe essere teatro filmato. Invece, per la bravura di Maoz, è un vero film e dà vera angoscia. Realmente carrista allora, il regista ha avuto miglior sorte che i suoi personaggi, militari di leva non all’altezza del loro nuovo mestiere: ammazzare chi potrebbe ammazzarli. E anche chi è soltanto nei paraggi, quando alla paura subentra il terrore.”

Paola Casella in Europa del 24 ottobre 2009

“Com’è la guerra vista dal di dentro? Più della sequenza dello sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan, più delle trincee di Orizzonti di gloria, il film del regista israeliano che ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia ci fa provare sulla nostra pelle (e nel nostro stomaco, come un pugno ben assestato) la sensazione di essere al centro dell’inferno, perché è interamente girato dall’interno di un carroarmato che si muove fra i vicoli di una Beirut devastata dalla guerra. Da spettatori, ci troviamo gettati in un tour de force sensoriale che suscita in noi qualcosa di simile al terrore che deve provare un soldato sulla linea del fronte: il buio, il caldo, la claustrofobia. Lebanon racconta una delle più sanguinose guerre contemporanee meglio di Walzer con Bashir, come in Garage Olimpo ci fa percepire il disorientamento sensoriale del prigioniero, come in Apocalypse Now documenta la componente surreale (e l’orrore) di ogni conflitto. Un’esperienza che definire forte è poco, e un punto di vista umano e registico davvero unico nel panorama cinematografico mondiale.”

A mio avviso vale la pena vederlo.

Sara


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