Trieste…che spettacolo!

Archive for the ‘Recensioni’ Category

Venerdì 15 ottobre sono stata a vedere al Politeama Rossetti Musical Rocks di  Martin Böhm & Ludwig Coss, con le coreografie di Doris Marlis. (produzione EMS Live – Vienna)

Si tratta di un musical che mette insieme, in chiave rock, le canzoni e i momenti più belli di vari musical, alcuni dei quali già saliti sul palcoscenico del Rossetti.

In generale l’ho trovato carino. Ovviamente belle musiche, belle voci ( tre donne, anche molto belle, e tre uomini) e una band dal vivo molto talentuosa. I ballerini, otto, alcuni più bravi altri meno. La scena era statica: due impalcature ai margini, un pannello in alto al centro in cui apparivano frasi e immagini e la band sotto. A dare un pò fastidio, almeno a me, i microfoni dei cantanti, forse troppo sensibili, che a volte provocavano dei rumori che rovinavano l’ascolto. Inoltre secondo me sono stati trascurati un pò i vestiti, potevano essere adattati maggiormente ad ogni musical. In ogni caso è stato in generale uno spettacolo coinvolgente infatti spesso i cantanti invitavano gli spettatori di alzarsi in piedi e battere le mani a tempo di musica.

Le musiche che sono state eseguite (non tutte in ordine):

ATTO PRIMO
1. “The Time Warp” dal musical “The Rocky Horror Show”
2. “Lady Marmalade” dal film musicale “Moulin Rouge”
3. “Aquarius/Let The Sunshine In” dal musical “Hair”
4. “What A Feeling” dal musical “Flashdance”
5. “The Beauty And The Beast” dal musical “Disney Beauty and the Beast”
6. “High School Musical medley” dai film musicali “High School Musical 1 e 2”
7. “The time of my life” dal musical “Dirty Dancing”
8. “One Day I’ll Fly Away” dal film musicale “Moulin Rouge”

ATTO SECONDO
1. “Superstar” dal musical “Jesus Christ Superstar”
2. “The Phantom of the Opera/Der Letzte Tanz” dai musical “The Phantom of the Opera” e “Elisabeth”
3. “Totele Finsternis (Total Eclipse Of The Heart)” dal musical “Tanz der Vampire”
4. “The Impossible Dream” dal musical “Man of La Mancha”
5. “Xanadu” dal musical “Xanadu”
6. “Grease” medley
7. “You Must Love Me/Don’t Cry For Me Argentina” dal musical “Evita”
8. “The Circle Of Life” dal musical “The Lion King”
9. “We Will Rock You” medley
10. “Mamma Mia!” medley

Per me voto 3 su 5 🙂 🙂 🙂

n.b è un giudizio puramente soggettivo

Sara

Ieri sera sono andata a vedere l’ultimo spettacolo della rassegna “Il castello con le stelle” cioè il musical Jesus Christ Superstar che si è tenuto, per motivi climatici, al Politeama Rossetti. è iniziato alle 21.00 ed è durato, compreso l’intervallo, 2’20h e ha raccontato, in chiave rock, l’ultima settimana di Gesù dal punto di vista del personaggio-narratore di Giuda.

Pensavo meglio, ma forse solo perchè avevo aspettative maggiori.

Sono state due ore di solo canto, con belle musiche in lingua originale come “I Don’t Know How To Love Him”, “Hosanna”, e “Everithing’s Alright “(mi è piaciuta molto). Di grande impatto la  l’orchestra dal vivo ben visibile sul palco che accompagnava egregiamente i protagonisti (la musica forse un pò troppo alta). Nessun dialogo ma la narrazione veniva spiegata al pubblico in modo originale tramite dei versetti della Bibbia che venivano illuminati su un pannello disposto in alto. Belle le voci, mi hanno colpito in particolare quella stupenda di Simona Bencini (from woman dei Dirotta su Cuba) che interpretava Maddalena e gli acuti di Paride Acacia che ha interpretato Gesù.

La prima parte non è stata molto entusiasmante, forse perchè la narrazione era “ferma” e la scena immobile, sempre la stessa.  Meglio la seconda parte. Molto suggestiva e provocatoria la scena delle 29 frustate a Gesù, ognuna accompagnata da un’immagine sul pannello. Immagini di guerra, di Auschwitz, di Martin Luther King, di Gandi, di Hiroshima  ma anche dei più recenti Falcone e Borsellino e Sakineh e  altri. D’impatto anche l’illuminazione sul pannello di una grande croce che però ha accecato il pubblico perchè troppo forte. Bravi i ballerini, molti dei quali interpretavano gli apostoli e facevano da coro.

Divertente il momento dello “show di King Erode”, un Erode particolare,  stravagante e luccicante (aveva il mantello pieno di brillantini). Molto movimentato il pezzo prima di quello finale della crocifissione di Gesù che ha visto l’apparizione di Giuda (Matteo Becucci-vincitore di X factor 2009) in mezzo alla platea. Con bravura ha cantato “Supertar”. Molto bravo anche Mario Venuti che ha interpretato Pilato.

Non sono mancati gli applausi, sia durante lo spettacolo sia alla fine soprattutto, mi è parso, per l’orchestra dal vivo. Il pubblico pare abbia apprezzato questa versione prodotta da Planet Musical e diretta da Massimo Romeo Piparo.

Se dovessi dare un voto da 1 a 5, grazie alla seconda parte e alle voci…direi 3 🙂

Sara

n.b: è un commento puramente personale


Dato che io non ho potuto vederlo…ecco la recensione di Francesco Moretti sullo spettacolo West Side Story al Politeama Rossetti lo scorso 15 aprile:

Ker jaz si nisem ogledala predstave…vam prilagam oceno Francesca Morettija o predstavi West Side Story, ki je bila v gledališču Rossetti preteklega 15. april:

“Brividi e commozione, e non poteva essere altrimenti. L’unica tappa italiana del tour internazionale di West Side Story, che ha debuttato tra gli applausi entusiasti dell’esauritissimo Politeama Rossetti di Trieste lo scorso 15 aprile (dove è rimasto in scena per 10 giorni e 14 repliche, fino al 25 aprile), ha lasciato un segno indelebile nel pubblico, letteralmente rapito da una storia che da più di 50 anni incanta le platee di tutto il mondo.
Del resto, il team creativo che nel 1957 diede vita a questa pietra miliare del teatro musicale, ridefinendone le regole e gettando le basi per il musical moderno, contava sulle musiche ormai immortali di Leonard Bernstein, sui testi realisti, crudi e romantici di Arthur Laurents e Stephen Sondheim (appena poco più che ventenne, all’epoca), e sulle impareggiabili coreografie di Jerome Robbins, con la loro straordinaria capacità di trasformare lotte e duelli in virili e leggeri – allo stesso tempo – passi di danza. E, naturalmente, su una storia d’amore senza tempo, che travalica barriere culturali, linguistiche, razziali e che si rifà al shakespeariano Romeo e Giulietta.
Verona diventa il West Side newyorkese, Romeo si chiama Tony ed è l’ex leader dei Capuleti, qui diventati la gang americana dei Jets; e Giulietta diventa Maria, immigrata portoricana sorella di Bernardo, leader degli Sharks, i portoricani in lotta con i Jets per la supremazia nelle squadre del quartiere.
Tony e Maria si incontrano e si innamorano sulle note di alcuni dei brani più belli ed emozionanti di tutti i tempi, titoli che hanno fatto la storia del teatro musicale come Maria e Tonight, e il balcone veronese diventa il balcone di una periferia urbana tra tubi e scale antincendio. Ma l’amore dei due giovani, che sognano un luogo e un tempo privo di violenza e malvagità, si scontra con la voglia di combattere delle due squadre di appartenenza, con la loro ottusità, con il fuoco giovanile che rende tutto così definitivo ed urgente; ci scappano due morti, poi prevarranno le bugie, le vendette, e uno ad uno i sogni dei due innamorati si frantumeranno davanti ai contrasti razziali e all’energia non più contenibile dell’odio.
E il colpo di pistola che alla fine suggellerà tutto spiazza anche gli attoniti spettatori, che fino in fondo speravano che la storia, per una volta, prendesse una piega differente.
La magia senza tempo di West Side Story, dicevamo, ha stregato tutti, e naturalmente anche il sottoscritto, che solo riascoltando questo autentico capolavoro ha capito quanto lo abbia sempre amato, e quanto immortali fossero le sue musiche, così capaci di entrare nell’animo dei protagonisti e di descrivere situazioni, attese, sentimenti con disarmante romanticismo, lirismo e con tutta l’energia di una partitura che mescola ritmi latini, jazz e folk americano.
Il cast è semplicemente strepitoso, soprattutto nei vigorosi numeri di ballo, nelle coreografie che diventano lotte, duelli, mambo scatenati e passi sognanti – come in Somewhere, lo struggente leit-motiv che i due amati vivono in un sogno che vorremmo non finisse mai.
Dal punto di vista vocale, su tutti prevale il temperamento latino di Desireé Davar (Anita), di fronte all’impostazione liricheggiante di Chad Hilligus (Tony) e Sofia Escobar (Maria).
L’imponente orchestra (23 elementi!) rende l’allestimento ancora più emozionante, brillante e pieno; del resto a dirigerla c’è Donald Chan, allievo di Bernstein e profondo conoscitore della partitura.
Il disegno luci, praticamente perfetto, e la scenografia con i tipici balconi in ferro e le scale antincendio, completate da suggestive videoproiezioni, rendono questo musical un’autentica delizia per gli occhi.
Il mesto e solenne corteo funebre che chiude lo show lascia un profondo senso di commozione, amarezza e sgomento, e la certezza di aver vissuto una grande esperienza teatrale

A quanto pare è stato un successo!!

Se anche voi l’avete visto fateci sapere le vostre impressioni!

visitate www.amicidelmusical.it


La relatività dell’etica

di Laura Bevione

Data di pubblicazione su web 03/06/2003

Parlare per due ore di fisica e riuscire a trattenere sempre viva l’attenzione dello spettore: questo è quanto riesce a Copenhagen, dramma scritto nel 1998 dal drammaturgo inglese Michael Frayn – autore del famoso e rappresentatissimo Rumori fuori scena – e messo in scena con la regia di Mauro Avogadro. Il successo che lo spettacolo sta ottenendo da oramai due stagioni pare inspiegabile se si considera la trama: Niels Bohr, famoso fisico teorico danese, per metà ebreo, vive a Copenaghen con la fedele e sollecita moglie Margrethe. Un giorno del 1941 – la Danimarca è già stata invasa dalla Germania – i Bohr ricevono l’inattesa visita dell’allievo più brillante e amato dell’uomo, Werner Heisenberg. Questi, malgrado sia ebreo, ha accettato di collaborare con il regime nazista, che gli consente fra l’altro di proseguire le proprie ricerche, sicuro che esse potranno essere d’aiuto nel determinare l’esito della guerra in atto. Heisenberg, e lo stesso Bohr, infatti, si occupano di fisica nucleare.

L’efficacia drammaturgica del testo è frutto della sua costruzione – l’incontro fra il maestro e l’ex-allievo è rievocato molti anni più tardi, quando i suoi protagonisti sono forse oramai morti – e delle tematiche affrontate. Su una spoglia scena nera, circondata da lavagne affollate di formule e arredata di sole quattro sedie di alluminio che gli attori stessi spostano nel corso dello spettacolo, assistiamo a tre versioni diverse di quel fatidico giorno del 1941, interpolate da altri ricordi, che impercettibilmente si inseriscono fra le maglie larghe della memoria. L’incontro, realmente accaduto, è la classica goccia che fa traboccare un vaso colmo di rivendicazioni e rancori, affetti traditi e personali frustrazioni. Il rapporto che lega Bohr e Heisenberg, assimilabile a quello fra padre e figlio, ha perduto la spontaneità originaria ed è stato incrinato dalle diverse scelte di vita e dall’indirizzo differente delle rispettive ricerche scientifiche. Una degenarazione – o meglio una trasformazione – di cui è testimone Margrethe, cui è affidato il ruolo di coro non imparziale della vicenda e a cui tocca pronunciare due battute che sono altrettante chiavi di lettura del play: la donna ricorda ai due che fisica e politica quasi combaciano in quel tragico periodo di guerra; ancora, in un altro momento, lei stessa afferma che «tutto è personale», ed è quindi inutile nascondere dietro la facciata degli ideali i motivi solo individuali all’origine delle proprie scelte.

Frayn non si limita a dibattere una questione di etica sempre drammaticamente attuale – in che misura la scienza può essere giudicata colpevole dei delitti terribili compiuti grazie alle sue scoperte? – ma ribadisce come alla base di qualsiasi evento, piccolo o grande, vi sia sempre l’uomo, con le sue paure e i suoi dubbi, le sue invidie e i suoi egoismi.

Heisenberg acquistò fama per aver scoperto il “principio di indeterminazione”, lo stesso che il drammaturgo applica all’esistenza umana, ugualmente incerta e governata da forze non prevedibili. Lo spettacolo, allora, coniuga un andamento incalzante all’ambiguità della situazione e alla rarefazione degli stessi concetti di spazio e tempo, concedendo un’area anche alla dimostrazione scientifica, alla lieve malinconia dei ricordi e all’acerbità dei rimorsi. Avogadro è abile nel restituire sul palcoscenico il complesso congegno drammaturgico ideato da Frayn, appoggiato da tre straordinari attori che offrono altrettante interpretazioni assolutamente perfette – mimica, presenza scenica, mobilità, ritmo. La bravura di Orsini,Popolizio e della splendida Lojodice rinverdisce il fascino del teatro e ricorda allo spettatore annoiato di saper ancora suscitare vere e durature emozioni.

da http://www.drammaturgia.it

Aspettando lo spettacolo ecco qui la recensione di Patrizia Binco
V pričakovanju na predstavo vam posredujem mnenje Partizije Binco o predstavi

Los Vivancos, i guerrieri del flamenco

Bravi sono bravi, fanno vibrare le tavole del palco del Teatro Smeraldo di Milano a colpi di “zapateados”, il timbro ritmico provocato dai colpi del tallone tipici del flamenco, hanno la passionalità e l’energia caratteristica di questa danza spagnola conosciuta in tutto il mondo. Sono giovani, belli e mostrano i loro corpi apollinei, suscitando l’ammirazione ovviamente del pubblico femminile. Anche gli spettatori di sesso maschile, rimangono visibilmente colpiti dai loro muscoli guizzanti e dall’agilità delle loro gambe, dimostrando che ballare fa proprio bene al fisico. Sono i sette “Hermanos”, noti ormai in tutto il mondo con il loro nome di battesimo “Los Vivancos”, che l’altra sera hanno danzato senza sosta per più di un’ora e mezza al Teatro Smeraldo di Milano, dove rimarranno fino al 2 maggio per la gioia di quanti amano il flamenco, ma anche di quanti vogliono passare una serata all’insegna dell’adrenalina pura. Durante lo spettacolo i sette fratelli spagnoli, dei quali il più noto al pubblico italiano è Cristo per avere partecipato ad una edizione di “Amici” ed essere stato beniamino della temuta insegnante di danza classica Alessandra Cementano, dimostrano di saper fare veramente di tutto. Flamenco a parte, la cui tecnica è stata loro tramandata dal padre grande danzatore, azzardano anche audaci contaminazioni con la danza classica, che dimostra di conoscere soprattutto Cristo per i suoi studi accademici, ma anche con il funky e la break dance quando si esibiscono nei movimenti atletici del “Freeze” o dell’ ”Air chair” facendo ruotare la testa o la schiena sul pavimento. O quando ancora, come degli atleti circensi, compiono salti mortali a corpo libero incontrandosi con agilità sospesi nell’aria. Oltre a muoversi, sanno anche suonare, ognuno uno strumento diverso, imbracciano la chitarra come se fosse un’arma, si sfidano a colpi di sassofono e violoncello come dei guerrieri della notte, sfoderano l’archetto del violino come una spada e dimostrano di avere conoscenza della musica classica quando suonano e danzano la celebre “Toccata e fuga in re minore di Bach “ o il “Capriccio n.24” di Paganini. Il problema però è che la loro rimane una pura esibizione virtuosistica, una dimostrazione atletica di corpi danzanti che sembrano più proiettati verso l’autocompiacimento reciproco che la comunicazione con il pubblico. Il tutto condito da una buona dose di “machismo” che può piacere e non piacere. Le dieci coreografie presentate, tutte elaborate dagli stessi fratelli, forse avrebbero bisogno di un “fil rouge”, di un legame che solo l’occhio più distaccato di un coreografo e di un regista riuscirebbe a creare. Manca insomma quella magia teatrale che in questo show viene suggerita solo da un sapiente ma nello stesso tempo spiazzante gioco di luci da concerto rock. Quando scelgono la line più poetica, nel numero in cui la cantante entra in scena e interagisce con loro cantando una passionale canzone d’amore, il risultato è più convincente. I momenti di danza di gruppo sono sicuramente più efficaci ed esaltanti degli assolo. “Los Vivancos” hanno tutte le carte in regola per essere le nuove stelle del flamenco moderno, ma dovrebbero a nostro parere trovare una strada diversa che possa valorizzare meglio il loro temperamento artistico e la loro creatività, abbandonando un po’ quell’aria da play boy di cui non hanno certo bisogno.

Visto il 20/04/2010 a Milano (MI) Teatro: Ventaglio Smeraldo

da http://www.teatro.org

ARCOBALENO INTRAMONTABILE

1974-2009: due date proiettate sul palcoscenico del Teatro degli Arcimboldi di Milano introducono il ritorno sulle scene della favola tutta italiana di Garinei & Giovannini, “Aggiungi un posto a tavola”. Si apre il sipario e c’è già tutto ciò che serve a creare l’atmosfera: le intramontabili musiche di Trovajoli, (gli arrangiamenti sono quelli originali dell’edizione 1974, n.d.r.), il corpo di ballo, le scene e le imponenti scenografie di Giulio Coltellacci. Destino ha voluto che, a distanza di 35 anni dal debutto di questa fortunata commedia musicale, un padre e un figlio si siano ritrovati sulla scena a condividere l’avventura di una vita: Gianluca Guidi, ha il compito, assolto egregiamente, di indossare la tonaca di don Silvestro, novello Noè, chiamato dal Padreterno a organizzare la salvezza del suo paesino di montagna in vista di un secondo Diluvio Universale. Più volte, nel corso dello spettacolo, se si chiudono gli occhi, si ha l’impressione di ritornare nel 1974 o nel 1990, quando a indossare la tonaca di don Silvestro era Johnny Dorelli; il quale, questa volta, collabora alla rimessa in scena della regia originale di G&G insieme al coreografo Gino Landi.
Enzo Garinei, nel ruolo di Crispino, è ancora più “gagliardo” rispetto all’edizione 2003. Apprezzata new-entry di questa edizione, Marisa Laurito nel ruolo di Consolazione, che fa proprio il personaggio con la simpatia e la genuinità che, inevitabilmente, la contraddistinguono.
Valentina Cenni (Clementina) e Marco Simeoli (Toto), promossi come attori, rivelano qualche incertezza a livello vocale, per cui brani come “Peccato che sia peccato” e “L’amore secondo me”, perdono lievemente quel tocco intimistico delle versioni precedenti. Ma i momenti in cui l’emozione fa capolino aspettano sempre il pubblico al varco e si rinnovano: fra i tanti, ricordiamo la costruzione in scena dell’arca e il celebre finale con l’arrivo della colomba, emblema di pace, e significato profondo di tutto lo spettacolo, a partire dal titolo.
“Aggiungi un posto a tavola”, nonostante l’incalzare del tempo, conserva la qualità squisitamente italiana di un certo modo di fare spettacolo, garbato e popolare.

Roberto Mazzone

Chicago

Posted on: 26 marzo 2010

NERO E LUCE, L’ALCHIMIA DI CHICAGO

Trieste, 10 dicembre 2009 – Uno spettacolo elegante, raffinato, muscolare, sinuoso, sensuale; che altri aggettivi trovare? Solo il numero d’apertura, coi suoi movimenti precisi, puliti, minimali, lascia senza fiato, e vale da solo l’intero musical.
E’ facilissimo lasciarsi rapire dall’alchimia che si crea in questo Chicago, il musical di Kander & Ebb in scena in esclusiva nazionale (dal 9 al 13 dicembre) al Politeama Rossetti di Trieste, nella produzione originale inglese (quella che sta inesorabilmente scalando le vette dei primi 10 musical più visti di tutti i tempi, sia a Londra che a Broadway).
E’ una magia che si crea pian piano tra i performer e i musicisti schierati in bella vista, che giocano, entrano nella storia, interagiscono con i personaggi, e – dettaglio invero non trascurabile – suonano divinamente. Uno spettacolo nello spettacolo.
Chicago è fatto di nero e di luce: di nero come i costumi, elegantissimi eppure così essenziali; nero come la scenografia, fatta di una scala e qualche sedia; e di fasci di luce che scolpiscono corpi, sottolineano situazioni, definiscono ambienti e stati d’animo.
Un musical fatto di musica – e che musica; di parole, asciutte, non ce n’è una di troppo; di coreografie – e che coreografie (non per niente sono di Ann Reinking, sullo stile di Bob Fosse, che le aveva create per la prima edizione del 1975); di trama, costruita su una serie di efferati omicidi avvenuti nella Chicago degli anni Venti, ma che sembra cucita addosso alla televisione di questi tempi strani, di processi in prima serata, di giornalismo trash, di assassini che diventano star.
Non mi dilungo sulla bravura del cast; è assolutamente superfluo, ma occorre citare almeno i protagonisti: Twinnie-Lee More (Velma Kelly), sottilmente snob; Miriam-Elwell Sutton (Roxie Hart), arrivista e caciarona; Gary Wilmot (Billy Flinn), senza scrupoli, con un sorriso e una classe grandi così; Adam Stafford (Amos), auto-ironico e irresistibile.
Gli altri protagonisti si fanno ascoltare e guardare, tutti; e credetemi, c’è di che guardare, e c’è di che ascoltare.
E se volete salvare questo incredibile teatro triestino, che sta dando davvero il massimo per far crescere la cultura del grande musical in Italia – in aprile 2010 è attesissima l’unica tappa italiana del tour mondiale di West Side Story; in giugno quella del tour europeo di Evita – non scordatevi di firmare la petizione online (www.ilrossetti.it).

Francesco Moretti


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