Trieste…che spettacolo!

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Il film “   An Education” di Sherfig , uscito nei cinema italiani il 5 febbraio 2010, è stato recensito positivamente dalla critica italiana. In particolare viene sottolineata la bravura nel descrivere l’epoca in cui il film viene ambientato, cioè gi anni 60 e il grande cast con una Carey Mulligan (che interpreta Jenny la protagonista) molto convincente e paragonata addirittura da alcuni ad una baby Audrey Hepburn.

Sherfingov film “An Education”, ki je v Italiji izšel 5. februarja 2010, je italijanska kritika ocenila pozitivno. Poseben povdarek gre spretnosti opisa obdobja, v katerem se film odvija, in sicer Šestdeseta leta, in ansambel s Carey Mulligan (ki je v filmu Jenny, glavna junakinja), ki so jo primerjali celo mladi Audrey Hepburn.

 

di Natalia Aspesi La Repubblica , 6 febbraio 2010

“ […]Che senso ha più sognare Oxford quando quel simpatico e gaudente giovanotto ebreo («Sei al corrente che gli ebrei hanno ucciso nostro Signore?», le dice l’ ottusa direttrice della scuola, la risorta Emma Thompson) le chiede di sposarlo e le offre un futuro ricco e brillante? Non sarà così, come non lo fu per la vera protagonista della storia, la giornalista inglese Lynn Barber; dalle memorie della quale, Nick Hornby ( Alta Fedeltà, Febbre a 90 ‘ ) ha tratto la sceneggiatura (pubblicata da Guanda) per il film, prodotto a basso costo anche da sua moglie, diretto dalla regista danese Lone Sherfig. An education è un’ opera di massima grazia nel descrivere il preludio di un’ epoca che avrebbe abbattuto ogni austerità in nome del diritto al piacere, e nel raccontare il confuso maturare di una giovane donna dall’ innocenza alla consapevolezza attraverso errori e sogni. Il film è candidato a 3 Oscar (film, sceneggiatura non originale, protagonista femminile) e ha interpreti geniali: non solo Carey Mulligan, Jenny appassionata e commovente, ma anche Peter Sarsgaard, che in ogni suo gesto brillante e romantico insinua nello spettatore (forse anche in Jenny), un dubbio. Alfred Molina è un padre che non ha saputo proteggere la figlia: «Ho avuto paura per tutta la vita e non volevo che anche tu ne avessi».

di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera 4 febbraio 2010 

“Passano gli anni, ma il marchio Bbc continua a essere una garanzia anche per il cinema. Forse non tutti i film coprodotti dalla società inglese sono dei capolavori, ma il livello medio è sempre molto alto, quello di una professionalità certa e verificata. A cominciare dalla prova degli attori per continuare con le cosiddette production values (la «ricchezza» e la qualità dello sforzo produttivo, dalla scenografia ai costumi all’ ambientazione) e finire con il livello della scrittura e della messa in scena. E An Education non smentisce questa bella tradizione. Sceneggiato da Nick Hornby a partire dalle memorie autobiografiche di Lynn Barber (la sceneggiatura letteraria, senza le indicazioni della regia, si può leggere in italiano pubblicata da Guanda) […] Diretto con bella mano da Lone Scherfig, regista danese di cui si era già visto da noi Italiano per principianti, il film riesce a catturare l’ atmosfera di sotterranea ribellione che all’ inizio degli anni Sessanta comincia a serpeggiare in Inghilterra come nel resto d’ Europa. Non sono ancora gli anni dei Beatles, ma la voglia di buttarsi dietro le spalle le troppo rigide regole dell’ educazione borghese comincia a prendere forma. Basta poco a Jenny per passare dal rispetto per i propri insegnanti (soprattutto per la professoressa di inglese, interpretata da Olivia Williams) al disprezzo per una vita fatta solo di doveri e sacrifici. David le offre cene costose, serata divertenti, weekend «peccaminosi» (a cui il fino ad allora rigidissimo padre non sa opporsi: e questo voltafaccia è forse il vero punto debole della sceneggiatura) e l’ ex scolara modello butta tranquillamente a mare le sue ambizioni universitarie. Tutto andrà come si immaginano Jenny e i suoi genitori? Lasciamo allo spettatore il piacere di scoprirlo, anche se non è certo questo il merito principale del film. Piuttosto An Education vale per la capacità di descrivere un mondo che vorrebbe cambiare ma che non ha ancora trovato la forza di farlo. Un mondo dove i tabù stanno per cadere (soprattutto quelli legati al sesso) ma dove servono ancora una serie di ipocrite giustificazioni per dar loro la definitiva spallata o dove si respirano le prime ventate d’ indipendenza femminile, incapaci però di trasformarsi in effettiva voglia di liberazione. Ma anche un mondo dove con le vecchie regole sembrano dissolversi insieme al rigore morale e alla coerenza dei comportamenti, dove una ricchezza quasi a portata di mano sembra giustificare ogni tipo di azione e soprattutto ogni tipo di compromesso. Così, al di là del destino cui andrà incontro Jenny, lascia il segno il modo in cui la Scherfig sa costruire il quadro fintamente spensierato di una gioventù che non si accorge di camminare sul filo del rasoio, convinta che il futuro non possa che presentarsi gratificante e divertente e non si capisce che, come avrebbe fatto notare Pasolini, quello stesso successo finirà per togliere a quelle generazioni anche l’ innocenza e la speranza.”

di Fabio Ferzetti Il Messaggero 5 febbraio 2010 

“[…] Tratto da un amaro e pungente racconto autobiografico della famosa giornalista inglese Lynn Barber, sceneggiato con libertà e finezza da Nick Hornby […], An Education è un incantevole film in costume con molti “genitori”. Alla Barber e a Hornby vanno aggiunti infatti la regista danese Lone Scherfig (Italiano per principianti), che ci mette un tocco delicato e un’attenzione mai esteriore per l’epoca e i suoi segni. Ma soprattutto un cast oltre ogni elogio.
Dalla scintillante, irresistibile Carey Mulligan (candidata all’Oscar), che dà a Jenny la curiosità, i fremiti, le ritrosie, l’impertinenza di una ragazza cresciuta in un paese ancora segnato dalla guerra, al molle, doppio, spregevole ma umanissimo Peter Sarsgaard, capace di farci capire la sua tragedia personale (guardate il lampo d’invidia quando lei nomina Oxford…) senza mai metterci contro di lui. Passando per Alfred Molina, semplicemente strepitoso nei panni del padre così interessato all’ascesa sociale della figlia da rendersi complice di vere nefandezze. La seconda parte è più illustrativa, meno sorprendente. Ma poche volte un film ha raccontato meglio lo sviluppo di aspettative, proiezioni, sentimenti e risentimenti, che unisce genitori e figli, ricchi e poveri, colti e meno colti, in un unico infernale girotondo.”

Alessio Guzzano City 8 febbraio 2010

In attesa che germoglino i Beatles e i figli dei fiori, l’Inghilterra del 1961 è ancora una nazione postbellica, un oceano lontana dagli hula hop: dignitosamente povera, imbalsamata nelle regole, proletaria nello spirito ma piccolo borghese nei tinelli ben apparecchiati. Come quello di una 17enne che sogna la nobile Francia e la letteratura di Oxford, e dei suoi genitori che consentono a un ricco bellimbusto 30enne acculturato di flirtare con lei portandola in un mondo dorato – aste, concerti, corse dei cani, viaggi, moda, ristoranti – a scapito di un’istruzione che per le donne «è solo l’alternativa a un buon matrimonio». La delusione sarà feroce. Ma anche l’ostinazione della giovane. La vicenda è vera, capitò a una futura giornalista che accettò un passaggio dall’uomo sbagliato (o meglio, lo accettò il suo violoncello). Le mani sceneggiatrici di Nick Hornby, lo scrittore di “Febbre a 90°”, “Alta fedeltà” e “About a Boy” (tutti ben trasformati in film), la rendono il bozzetto dolceamaro di un’epoca grigiastra tentata da vitali colori ribelli: dotte frivolezze, intense debolezze. Nel cast esemplare, spicca Carey Mulligan (22enne, ma non si vede), una perfetta baby Audrey Hepburn quando brinda sulla Senna, sensibile a brividi adulti ma non ai fremiti del sesso.”

Spero vi sia stato d’aiuto…e…

Buona visione!!!!!

Upam, da vam je bilo v pomoč…in… Dober ogled!!!!

SARA

Dato che io non ho potuto vederlo…ecco la recensione di Francesco Moretti sullo spettacolo West Side Story al Politeama Rossetti lo scorso 15 aprile:

Ker jaz si nisem ogledala predstave…vam prilagam oceno Francesca Morettija o predstavi West Side Story, ki je bila v gledališču Rossetti preteklega 15. april:

“Brividi e commozione, e non poteva essere altrimenti. L’unica tappa italiana del tour internazionale di West Side Story, che ha debuttato tra gli applausi entusiasti dell’esauritissimo Politeama Rossetti di Trieste lo scorso 15 aprile (dove è rimasto in scena per 10 giorni e 14 repliche, fino al 25 aprile), ha lasciato un segno indelebile nel pubblico, letteralmente rapito da una storia che da più di 50 anni incanta le platee di tutto il mondo.
Del resto, il team creativo che nel 1957 diede vita a questa pietra miliare del teatro musicale, ridefinendone le regole e gettando le basi per il musical moderno, contava sulle musiche ormai immortali di Leonard Bernstein, sui testi realisti, crudi e romantici di Arthur Laurents e Stephen Sondheim (appena poco più che ventenne, all’epoca), e sulle impareggiabili coreografie di Jerome Robbins, con la loro straordinaria capacità di trasformare lotte e duelli in virili e leggeri – allo stesso tempo – passi di danza. E, naturalmente, su una storia d’amore senza tempo, che travalica barriere culturali, linguistiche, razziali e che si rifà al shakespeariano Romeo e Giulietta.
Verona diventa il West Side newyorkese, Romeo si chiama Tony ed è l’ex leader dei Capuleti, qui diventati la gang americana dei Jets; e Giulietta diventa Maria, immigrata portoricana sorella di Bernardo, leader degli Sharks, i portoricani in lotta con i Jets per la supremazia nelle squadre del quartiere.
Tony e Maria si incontrano e si innamorano sulle note di alcuni dei brani più belli ed emozionanti di tutti i tempi, titoli che hanno fatto la storia del teatro musicale come Maria e Tonight, e il balcone veronese diventa il balcone di una periferia urbana tra tubi e scale antincendio. Ma l’amore dei due giovani, che sognano un luogo e un tempo privo di violenza e malvagità, si scontra con la voglia di combattere delle due squadre di appartenenza, con la loro ottusità, con il fuoco giovanile che rende tutto così definitivo ed urgente; ci scappano due morti, poi prevarranno le bugie, le vendette, e uno ad uno i sogni dei due innamorati si frantumeranno davanti ai contrasti razziali e all’energia non più contenibile dell’odio.
E il colpo di pistola che alla fine suggellerà tutto spiazza anche gli attoniti spettatori, che fino in fondo speravano che la storia, per una volta, prendesse una piega differente.
La magia senza tempo di West Side Story, dicevamo, ha stregato tutti, e naturalmente anche il sottoscritto, che solo riascoltando questo autentico capolavoro ha capito quanto lo abbia sempre amato, e quanto immortali fossero le sue musiche, così capaci di entrare nell’animo dei protagonisti e di descrivere situazioni, attese, sentimenti con disarmante romanticismo, lirismo e con tutta l’energia di una partitura che mescola ritmi latini, jazz e folk americano.
Il cast è semplicemente strepitoso, soprattutto nei vigorosi numeri di ballo, nelle coreografie che diventano lotte, duelli, mambo scatenati e passi sognanti – come in Somewhere, lo struggente leit-motiv che i due amati vivono in un sogno che vorremmo non finisse mai.
Dal punto di vista vocale, su tutti prevale il temperamento latino di Desireé Davar (Anita), di fronte all’impostazione liricheggiante di Chad Hilligus (Tony) e Sofia Escobar (Maria).
L’imponente orchestra (23 elementi!) rende l’allestimento ancora più emozionante, brillante e pieno; del resto a dirigerla c’è Donald Chan, allievo di Bernstein e profondo conoscitore della partitura.
Il disegno luci, praticamente perfetto, e la scenografia con i tipici balconi in ferro e le scale antincendio, completate da suggestive videoproiezioni, rendono questo musical un’autentica delizia per gli occhi.
Il mesto e solenne corteo funebre che chiude lo show lascia un profondo senso di commozione, amarezza e sgomento, e la certezza di aver vissuto una grande esperienza teatrale

A quanto pare è stato un successo!!

Se anche voi l’avete visto fateci sapere le vostre impressioni!

visitate www.amicidelmusical.it


Il film “Lourdes” di Jessica Husner è stato criticato molto positivamente dalla stampa italiana. In particolare il modo di raccontare una storia così “religiosa” con delicatezza e intensità nonostante la crudeltà della condizione fisica in cui si trova inizialmente la protagonista. Ricco di particolari lascia comunque un senso di mistero, quel mistero che nessuno sa spiegare che è Lourdes.

Film “Lourdes” Jessice Hunser  je italijanski tisk ocenil zelo pozitivno, še posebno delikaten način pripovedovanja tako “religione” zgodbe, čeprav so fizične razmere glavne junakinje na začetku res krute. Bogat podrobnosti, vseeno pusti skrivnost, ki nihče si jo ne razlaga.

di Curzio Maltese La Repubblica 3 febbraio 2010

«Lo Spirito Santo propone alla Madonna di fare un viaggio: “Andiamo a Gerusalemme!” “Ma no, ancora Gerusalemme…” “Allora andiamo a Lourdes” E la Madonna: “Fantastico, non ci sono mai stata!”». E’ questa l’ unica battuta di Lourdes, film sinistro e solenne che ha scatenato l’ applauso della critica all’ ultima Mostra di Venezia. Girare un film nei santuari dei miracoli, in particolare a Lourdes, non è un’ impresa semplice. La Chiesa esercita un feroce controllo dell’ immaginario legato ai viaggi della speranza e il mercato pullula di fiction e documentari celebrativi. La giovane regista Jessica Hausner ha impiegato un anno per convincere le autorità ecclesiastiche a concedere i permessi per filmare i luoghi sacri. Vi è riuscita sulla base di una sceneggiatura in apparenza devota, una storia che racconta un mezzo miracolo e una mezza conversione di una scettica visitatrice. E’ proprio vero quanto sosteneva Karl Kraus. Il potere censura soltanto la satira che riesce a capire. […] A Lourdes, nonostante tutto, i miracoli accadono davvero, sono sempre accaduti. Nessuno è mai stato capace di spiegarne le ragioni, non la scienza né la statistica, né gli studiosi atei del fenomeno, ma neppure i religiosi. E’ un mistero divino, oppure tutto umano, chiuso dentro un cervello di cui ancora sappiamo così poco. Ognuno può scegliere l’ interpretazione che vuole. Christine si limita a gioire della scoperta di una nuova vita, volando sopra la gelosia degli altri malati. Che si materializza in maniera quasi fisica quando Christine riceve il premio per «il miglior pellegrino dell’ anno». Un premio che esiste nella realtà e in modo sempre poco cristiano non premia il pellegrino più assiduo e devoto, ma soltanto chi ha avuto successo, insomma il miglior miracolato, come le lotterie. Il lieto fine della storia ha un sapore ironico e irrisolto. La Hausner è austriaca come il grande Michael Haneke, di cui condivide la passione per i finali ambigui. Forse Christine non è guarita davvero e gli evidenti progressi sono temporanei, come spesso accade ai miracolati di Lourdes. Forse nessuno guarisce davvero, che è una tesi più filosofica. La scena del ballo finale conserva una grazia misteriosa, come tutto il film. Lourdes è il genere di film destinato a piacere molto alla critica internazionale, che infatti lo ha premiato a Venezia, e meno al pubblico pagante. L’ Istituto Luce che lo distribuisce forse punta sul malinteso già fatale alle autorità religiose di Lourdes, nella speranza di catturare un pubblico cattolico allenato al tema da innumerevoli e terrificanti fiction televisive. Il business dei miracoli del resto è sempre fiorente, come sanno non soltanto i preti, ma anche i politici, i finanzieri e i bookmakers. Tutti mestieri che, con il tempo, tendono a diventare uno solo.”
di Cristina Piccino Il Manifesto 12 febbraio 2010

[…] Jessica Hausner, regista delle nuove generazioni austriache (molto inquietante anche il suo precedente lavoro per il grande schermo Hotel rimasto inedito in Italia) si immerge nell’universo che ruota intorno alla «macchina» Lourdes, esplorandone la trama di relazioni ambigue, speranze disattese, invidie malcelate che si alternano nell’attesa incerta, forse impossibile, del miracolo. Lourdes non è un documentario pure se le scene girate «dal vero» nella cattedrale coi malati in preghiera sono molto intense, e inedite, mai infatti una macchina da presa l’aveva filmate.
E non è neppure è un film sul miracolo né si avvicina a questa dimensione con l’ironia di una storiella da ridere. Il sentimento è al contrario di rispettosa delicatezza, in quell’universo regolato da un rigido rituale si scontrano la vitalità scanzonata delle giovani infermiere e dei volontari, le illusioni dei malati, gli equilibri instabili di una dipendenza emotiva reciproca. Competizione, invidia, frustrazioni, rabbia: quel perché a me nella disgrazia e perché a lei nell’improvvisa guarigione che unisce chi dichiara la propria fede e chi forse nel profondo sente di averla perduta. E insieme la necessità di credere comunque, che il miracolo sarà possibile. Una vertigine come è la vita che Hausmer sa raccontare con grazia lieve anche nella sua ferocia più insostenibile.

Alessio Guzzano City 15 febbraio 2010

“La straordinaria Sylvie Testud spegne gli occhi azzurri in una mite curiosità scettica: scruta i riti e i compagni di pellegrinaggio tra i Pirenei, dove la Madonna risorge nei souvenir e funge da divisorio tra le panche presso la sacra fonte. Poi illumina le pupille nella speranza di alzarsi e camminare, lasciare la sedia a rotelle ed esistere, magari amare quel volontario dell’Ordine di Malta la cui mano la rigenera più della pietra e della vasca mariane. Un (mezzo) miracolo? Una beffa diabolica che la medicina può spiegare? Lunga scena finale danzante – magnifica e terribile – sulle irridenti note di “Felicità” di Al Bano e Romina. Dio è una possibilità comunque crudele («Perché lei sì e io no?») agli occhi di un’eccellente regista austriaca (sbattezzata) che ha finto di voler girare un documentario e ne ha usato lo stile per scolpire la devozione e inchiodare invidie e miserie: chi vuole liberarsi da un eczema, chi cerca il miracolificio, chi il tour spirituale. Grandi domande collettive, singole tragedie tra i palloncini, l’Ave Maria di Schubert in mensa, un prete racconta una barzelletta cinica, ironia e compassione nascono dalla spoglia apparizione di luoghi ed eventi, senza manipolazione. Struggente Cinema laico in stato di grazia narrativa. Il film più bello dell’anno.

di Fabio Ferzetti Il Messaggero 12 febbraio 2010

Il santuario di Lourdes visto come un luogo terreno, dunque sottomesso a tutte le leggi che governano gli uomini, il potere, il denaro, i buoni e i cattivi sentimenti, senza per questo negare la fede e la speranza che muovono ogni anno milioni di pellegrini. La massima fabbrica di miracoli del mondo cattolico osservata con occhio distaccato, pungente, perfino divertito, ma senza cedere alla facile dissacrazione, per fare luce sulle dinamiche che la attraversano grazie a un pugno di personaggi pieni di umanità. Un film buffo e insieme solenne, «fra Dreyer e Tati» dice la sua autrice, che evoca anche Bunuel («Sono ateo, grazie a Dio») per l’intelligenza con cui scavalca le domande ingombranti per cogliere quanto quel mondo rivela, miracoli o meno, su ognuno di noi. Se un buon film si riconosce dalla chiarezza dei mezzi espressivi e dalla precisione con cui li usa, Lourdes è addirittura esemplare. Come altri importanti registi austriaci, Michael Haneke o Ulrich Seidl, Jessica Hausner lavora infatti su mondi chiusi e ben definiti entro cui operano personaggi tanto riconoscibili quanto ambigui. […]. Il tutto senza mai scadere in banalità da film a tesi, tanto che a Venezia l’eleganza crudele di Lourdes ha convinto sia i cattolici del premio Signis sia gli atei del premio Brian. Un paradosso che la dice lunga sull’arte della Hausner, così preziosa oggi che tanti film somigliano alle fiction e alle loro false certezze.”

di Lietta Tornabuoni La Stampa 12 febbraio 2010

“Uno dei santuari più famosi del mondo occidentale, méta di sei milioni di pellegrini l’anno, dedicato alla Madonna che in quel luogo francese si vuole apparisse nel 1858 per diciotto volte alla contadina Bernadette Soubirous, sede di miracoli certificati dalla Chiesa cattolica, città religiosa e città turistica, in un film di grande qualità diretto da Jessica Hausner, austriaca, cattolica sbattezzatasi in età adulta. […] Il film ha in parte l’andamento di un bellissimo documentario: con attenzione e pathos vengono descritti i riti e gli impegni quotidiani dei pellegrini a Lourdes, l’immersione nell’acqua della piscina miracolosa come la collettiva sala-mensa, la visita alla grotta mistica come la stanza da letto e le cerimonie religiose di impetrazione, il rapporto con infermiere, volontari e guardie in divisa sempre presenti, la tristezza di trovarsi costantemente in compagnia di persone malate concentrate su una speranza perlopiù frustrata. Questa descrizione minuziosa è ispirata a una fisicità che non ha nulla di spirituale ma si rivela molto, molto interessante, proprio grazie al suo materialismo. Una parte diversa di Lourdes riflette e a volte discute sul miracolo: cos’è, perché accade, perché favorisce alcuni e non altri, perché non si verifica. Infine, tutto il film mostra il volto del dolore umano: le facce deformate dalla sofferenza, le persone alterate dal rancore (perché lei sì e io no?), la speranza e la fede come consolazioni impossibili, la preghiera come mantra penoso. Eppure il permanere di intensa umanità: le piccole vanità e rivalità, l’insorgere improvviso d’una risata, la stanchezza fisica più forte di tutto.
Molto bello e onesto, senza ironia, preclusioni ideologiche né pregiudizi. La protagonista Sylvie Testud è un’attrice bravissima e non bella, anche scrittrice (il suo Senza santi in paradiso è pubblicato da Salani). Lo stile e il freddo pathos del film sono perfetti.”

di Maurizio Cabona Il Giornale 12 febbraio 2010

“[…]Ora da Venezia viene invece Lourdes di Jessica Hausner, che si svolge invece tutto nel santuario. L’interpreta Sylvie Testud e ha una dote. Anziché riempire di vana angoscia, fa riflettere senza annoiare.[…] L’atea austriaca Hausner evita i toni da miscredente. Adotta un’angolazione da documentario sul contrasto tra fede (o meglio, ultima speranza) dei malati e mercanti nel santuario pireneico, che evocano i mercanti nel tempio giudaico. Non risparmia dettagli delle malattie, ma senza calcare la mano, e vi affianca la voglia di vivere che la desolazione scatena, per reazione, in una giovanissima infermiera (Léa Seydoux, rampolla della dinastia produttiva francese). Anche i preti sono credibili e credenti, nel senso che credono nel miracolo se la scienza non offre di meglio. Lourdes propone personaggi verosimili, divisi dal reale discrimine delle esistenze: quelle che hanno e quelle che non hanno ancora la morte incombente. L’irruzione di un noto motivo musicale, lanciato da Al Bano, corona un finale magnifico, da carpe diem.”

Consiglio di vederlo!

Sara

La relatività dell’etica

di Laura Bevione

Data di pubblicazione su web 03/06/2003

Parlare per due ore di fisica e riuscire a trattenere sempre viva l’attenzione dello spettore: questo è quanto riesce a Copenhagen, dramma scritto nel 1998 dal drammaturgo inglese Michael Frayn – autore del famoso e rappresentatissimo Rumori fuori scena – e messo in scena con la regia di Mauro Avogadro. Il successo che lo spettacolo sta ottenendo da oramai due stagioni pare inspiegabile se si considera la trama: Niels Bohr, famoso fisico teorico danese, per metà ebreo, vive a Copenaghen con la fedele e sollecita moglie Margrethe. Un giorno del 1941 – la Danimarca è già stata invasa dalla Germania – i Bohr ricevono l’inattesa visita dell’allievo più brillante e amato dell’uomo, Werner Heisenberg. Questi, malgrado sia ebreo, ha accettato di collaborare con il regime nazista, che gli consente fra l’altro di proseguire le proprie ricerche, sicuro che esse potranno essere d’aiuto nel determinare l’esito della guerra in atto. Heisenberg, e lo stesso Bohr, infatti, si occupano di fisica nucleare.

L’efficacia drammaturgica del testo è frutto della sua costruzione – l’incontro fra il maestro e l’ex-allievo è rievocato molti anni più tardi, quando i suoi protagonisti sono forse oramai morti – e delle tematiche affrontate. Su una spoglia scena nera, circondata da lavagne affollate di formule e arredata di sole quattro sedie di alluminio che gli attori stessi spostano nel corso dello spettacolo, assistiamo a tre versioni diverse di quel fatidico giorno del 1941, interpolate da altri ricordi, che impercettibilmente si inseriscono fra le maglie larghe della memoria. L’incontro, realmente accaduto, è la classica goccia che fa traboccare un vaso colmo di rivendicazioni e rancori, affetti traditi e personali frustrazioni. Il rapporto che lega Bohr e Heisenberg, assimilabile a quello fra padre e figlio, ha perduto la spontaneità originaria ed è stato incrinato dalle diverse scelte di vita e dall’indirizzo differente delle rispettive ricerche scientifiche. Una degenarazione – o meglio una trasformazione – di cui è testimone Margrethe, cui è affidato il ruolo di coro non imparziale della vicenda e a cui tocca pronunciare due battute che sono altrettante chiavi di lettura del play: la donna ricorda ai due che fisica e politica quasi combaciano in quel tragico periodo di guerra; ancora, in un altro momento, lei stessa afferma che «tutto è personale», ed è quindi inutile nascondere dietro la facciata degli ideali i motivi solo individuali all’origine delle proprie scelte.

Frayn non si limita a dibattere una questione di etica sempre drammaticamente attuale – in che misura la scienza può essere giudicata colpevole dei delitti terribili compiuti grazie alle sue scoperte? – ma ribadisce come alla base di qualsiasi evento, piccolo o grande, vi sia sempre l’uomo, con le sue paure e i suoi dubbi, le sue invidie e i suoi egoismi.

Heisenberg acquistò fama per aver scoperto il “principio di indeterminazione”, lo stesso che il drammaturgo applica all’esistenza umana, ugualmente incerta e governata da forze non prevedibili. Lo spettacolo, allora, coniuga un andamento incalzante all’ambiguità della situazione e alla rarefazione degli stessi concetti di spazio e tempo, concedendo un’area anche alla dimostrazione scientifica, alla lieve malinconia dei ricordi e all’acerbità dei rimorsi. Avogadro è abile nel restituire sul palcoscenico il complesso congegno drammaturgico ideato da Frayn, appoggiato da tre straordinari attori che offrono altrettante interpretazioni assolutamente perfette – mimica, presenza scenica, mobilità, ritmo. La bravura di Orsini,Popolizio e della splendida Lojodice rinverdisce il fascino del teatro e ricorda allo spettatore annoiato di saper ancora suscitare vere e durature emozioni.

da http://www.drammaturgia.it

Aspettando lo spettacolo ecco qui la recensione di Patrizia Binco
V pričakovanju na predstavo vam posredujem mnenje Partizije Binco o predstavi

Los Vivancos, i guerrieri del flamenco

Bravi sono bravi, fanno vibrare le tavole del palco del Teatro Smeraldo di Milano a colpi di “zapateados”, il timbro ritmico provocato dai colpi del tallone tipici del flamenco, hanno la passionalità e l’energia caratteristica di questa danza spagnola conosciuta in tutto il mondo. Sono giovani, belli e mostrano i loro corpi apollinei, suscitando l’ammirazione ovviamente del pubblico femminile. Anche gli spettatori di sesso maschile, rimangono visibilmente colpiti dai loro muscoli guizzanti e dall’agilità delle loro gambe, dimostrando che ballare fa proprio bene al fisico. Sono i sette “Hermanos”, noti ormai in tutto il mondo con il loro nome di battesimo “Los Vivancos”, che l’altra sera hanno danzato senza sosta per più di un’ora e mezza al Teatro Smeraldo di Milano, dove rimarranno fino al 2 maggio per la gioia di quanti amano il flamenco, ma anche di quanti vogliono passare una serata all’insegna dell’adrenalina pura. Durante lo spettacolo i sette fratelli spagnoli, dei quali il più noto al pubblico italiano è Cristo per avere partecipato ad una edizione di “Amici” ed essere stato beniamino della temuta insegnante di danza classica Alessandra Cementano, dimostrano di saper fare veramente di tutto. Flamenco a parte, la cui tecnica è stata loro tramandata dal padre grande danzatore, azzardano anche audaci contaminazioni con la danza classica, che dimostra di conoscere soprattutto Cristo per i suoi studi accademici, ma anche con il funky e la break dance quando si esibiscono nei movimenti atletici del “Freeze” o dell’ ”Air chair” facendo ruotare la testa o la schiena sul pavimento. O quando ancora, come degli atleti circensi, compiono salti mortali a corpo libero incontrandosi con agilità sospesi nell’aria. Oltre a muoversi, sanno anche suonare, ognuno uno strumento diverso, imbracciano la chitarra come se fosse un’arma, si sfidano a colpi di sassofono e violoncello come dei guerrieri della notte, sfoderano l’archetto del violino come una spada e dimostrano di avere conoscenza della musica classica quando suonano e danzano la celebre “Toccata e fuga in re minore di Bach “ o il “Capriccio n.24” di Paganini. Il problema però è che la loro rimane una pura esibizione virtuosistica, una dimostrazione atletica di corpi danzanti che sembrano più proiettati verso l’autocompiacimento reciproco che la comunicazione con il pubblico. Il tutto condito da una buona dose di “machismo” che può piacere e non piacere. Le dieci coreografie presentate, tutte elaborate dagli stessi fratelli, forse avrebbero bisogno di un “fil rouge”, di un legame che solo l’occhio più distaccato di un coreografo e di un regista riuscirebbe a creare. Manca insomma quella magia teatrale che in questo show viene suggerita solo da un sapiente ma nello stesso tempo spiazzante gioco di luci da concerto rock. Quando scelgono la line più poetica, nel numero in cui la cantante entra in scena e interagisce con loro cantando una passionale canzone d’amore, il risultato è più convincente. I momenti di danza di gruppo sono sicuramente più efficaci ed esaltanti degli assolo. “Los Vivancos” hanno tutte le carte in regola per essere le nuove stelle del flamenco moderno, ma dovrebbero a nostro parere trovare una strada diversa che possa valorizzare meglio il loro temperamento artistico e la loro creatività, abbandonando un po’ quell’aria da play boy di cui non hanno certo bisogno.

Visto il 20/04/2010 a Milano (MI) Teatro: Ventaglio Smeraldo

da http://www.teatro.org

Per aiutarvi a decidere se andare a vedere il Teo Teocoli Show al Teatro Bobbio (La Contrada) ecco qui le  opinioni di chi ha già visto lo spettacolo in altre parti d’Italia. Spero possano essere utili!

V pomoč pri odločitvi, če izbrati al ne ogled predstave Teo Teocoli Show v gledališču Bobbio (La Contrada), vam nudim nekaj mnenj tisith, ki so si predstavo že ogledali. Upam, da vam bodo v pomoč!

Dal sito http://www.teatro.org

La recensione di Wanda Castelnuovo

Come il vino buono migliora con il tempo divenendo diverso nel ‘bouquet’ e nel gusto, anche Teo Teocoli (Taranto 1945, ma milanese di adozione e formazione essendosi esibito per anni al Derby, mitica fucina di cabarettisti di fama) si rivela migliore di anno in anno e non finisce di stupire per la fresca, allegra e a volte dirompente energia, per la giocosità verbale e per la capacità di calarsi nei personaggi reali o immaginari che interpreta.
Così al Teatro Smeraldo di Milano lo spettacolo che lo vede come protagonista ha entusiasmato e strappato applausi a non finire anche per la duttilità verbale e la capacità di adattare il testo alla situazione contingente: eccolo allora riferirsi ripetutamente al ‘biblico’ scavo posto proprio davanti al Teatro in cui recita o onorare Ornella Vanoni presente in sala con simpatiche e scherzose battute che denotano intelligenza, buon gusto ed eleganza.
Pur essendo il filo conduttore sempre costituito dai ricordi (insuccessi compresi …) come nello spettacolo dello scorso anno, avendo molto materiale cui attingere per la dovizia di esperienze, riesce sempre a coinvolgere e divertire, offrendo materiale nuovo, ma non si hanno dubbi che, se ripetesse il già detto, saprebbe condirlo di tanto ‘humour’ da fare contare più la capacità espositiva che l’argomento trattato.
E sul palco compaiono anche gli altri ‘Giovani’ – in verità veterani ciascuno con un bagaglio ricco e di successo – perché non è da meno, anche se con caratteristiche diverse, l’interpretazione più pacata, ma non meno incisiva di Mario Lavezzi (Milano 1947), compositore e cantautore prolifico nonché produttore discografico, che ha deliziato il pubblico con successi noti anche ai più giovani.
Lo stesso dicasi per Tony Dallara (Campobasso 1936) – Antonio Lardera, ultimo di cinque figli di Battista, milanese ex corista della Scala – che dagli anni ’80 cavalca la moda del ‘revival’ riproponendo suoi successi italiani e nello spettacolo ricorda i suoi trionfi all’estero anche negli altri continenti.
Una serata divertente anche per le irrinunciabili imitazioni di Teocoli che si cala nei panni di un perfetto Celentano, il quale sfida il pubblico in una simpatica gara canora, di un Maurizio Costanzo ‘intramontabile’ e di Felice Caccamo – parto dell’immaginario teocoliano – napoletano fulvo con maxiocchiali anni ’60, un po’ deforme, vestito con una striminzita giacchetta azzurra e soprattutto espressione dell’antilegalità, solo per citare qualche pezzo forte di uno spettacolo utile per fare dimenticare i guai del quotidiano.

Visto il 12/03/2010 a Milano (MI) Teatro: Ventaglio Smeraldo

La recensione di Valentina Vitale:

“Per tutti quei curiosi che si domandano: “Qual è il percorso da fare per diventare uno show man di successo?”;
per tutti coloro che hanno vissuto gli anni ‘60 e hanno voglia di ricordare i personaggi che varcavano le scene dell’epoca;
per tutti coloro che vogliono vedere in “live”, seduti sulle poltrone di un teatro, un spettacolo da sabato sera televisivo…: Teo Teocoli.
Lo spettacolo è diviso nettamente in due parti.

Una prima parte dove un lungo e quasi esasperante inizio musicale della band “Doctor Beat” precede l’entrata in scena di Teo Teocoli che si ferma a chiacchierare, come fosse in una serata qualunque a un piano bar qualunque, con il suo amico fin dai tempi dell’adolescenza: Mario Lavezzi, produttore e cantautore. Insieme ripercorrono gli esordi della sua carriera, ricordano gli anni d’oro del Derby di Milano e riportano il pubblico “alla memoria collettiva” dell’Italia degli anni ’60 attraverso il semplice racconto di aneddoti, fatti ed eventi vissuti tra pubblico e privato.
Una seconda parte ben più efficace dove inizia finalmente lo show e Teo Teocoli finalmente ci strappa qualche risata, con l’esibizione delle sue indiscutibili doti canore, delle sue doti di maestro d’improvvisazione e delle sue irripetibili imitazioni (Ray Charles alle prese con un microfono che casca, Adriano Celentano, Felice Caccamo il giornalista sportivo napoletano in giacchetta turchese che non riesce ad allontanarsi dalla sua città).

Visto il 13/01/2010 a Roma (RM) Teatro: Sistina


Il film “L’uomo che verrà” di Giogio Diritti è stato recensito molto positivamente dalla stampa italiana. Viene definito un capolavoro. In particolare si evidenzia e si gradisce il fatto che la storia viene raccontata dal punto di vista del popolo, di chi la guerra l’ha vissuta giorno dopo giorno tra ingiustizie e violenze; il senso di realtà è così molto forte. Viene ritenuto un film italiano per cui essere orgogliosi e assolutamente da vedere.

Film Giorgia Dirittija “L’uomo che verrà”  je italijanski tisk ocenil zelo pozitivno. Imajo ga za mojstrovino. Povdarek gre posebno temu, da je zgodba gledana z zornega kota ljudstva, ki je vojno doživelo dan za dnem med krivici in nasiljem. Zaradi tega izpade film zelo realistično. Šteje tako za italijanski film, zaradi katerega je treba biti ponosni in zasluži si ogleda.

di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera del 20 gennaio 2010

Inondati da rievocazioni scolastiche o ricostruzioni troppo schematiche della Seconda guerra mondiale e dei suoi episodi, dove il cinema viene piegato alle ambizioni propagandistiche di questo o di quello, la visione di L’ uomo che verrà offre lo stesso sollievo di una boccata di aria fresca a chi si sente soffocare. Rigoroso, emozionante, onesto, appassionato, il film di Diritti sa coniugare lucidità morale e lettura storica con uno stile insolito per il cinema italiano, di elegante e non ostentata classicità. […] Diritti guarda oltre, alla sofferenza e alla disperazione di tutti coloro che il cinismo del linguaggio definisce come «danni collaterali», al dolore e alla tragedia di quegli inermi che pagano sulla propria pelle la follia della guerra. Per farlo non amplifica le occasioni di spettacolo o di suspense. Non gli interessa – giustamente – farci palpitare per chi si salva perché dietro a ogni vita risparmiata ce ne sono troppe distrutte. Piuttosto vuole farci riflettere sulle assurdità delle guerre e delle violenze. E non tanto in nome di un pacifismo razionale ma per un’ umanissima empatia con le vittime. A quegli uomini, quelle donne e quei bambini che vanno incontro alla morte ci siamo affezionati vedendo la grama vita quotidiana, sentendo il loro odore di terra o di stalla e soffrendo la loro stessa povertà, ascoltando la durezza di una lingua che ha le stesse asprezze dei volti (per questo era necessario far parlare tutti in dialetto; per questo non disturbano i necessari sottotitoli). […] Diritti filma tutto con uno stile che sarebbe piaciuto a Bazin e a chi come lui rivendicava al cinema la capacità di restituire sullo schermo la forza della realtà: gira dal vero, mescola volti di professionisti (Sansa, Rohrwacher, Casadio: tutti eccellenti) a altri presi sul posto (la piccola Greta Zuccheri Montanari ma anche i tanti vecchi dei luoghi, alcuni, da giovani, testimoni del vero eccidio nazista), evita luoghi comuni e cadute retoriche. E riesce a regalarci una delle più belle prove di un cinema finalmente necessario, di altissimo rigore morale e insieme di appassionante e coinvolgente forza civile. Un capolavoro

di Paolo D’Agostini La Repubblica del 23 gennaio 2010

Diritti non fa documentazione anche se tutto ciò che racconta è fondato sugli accadimenti e le testimonianze reali. Né (prima che lo faccia lui, mettiamo le mani avanti noi verso chi volesse arruolarlo nella faciloneria revisionista) ha intenzione di sbalordire con una rilettura in controtendenza rispetto al canone resistenziale. Per esempio affermando, come qualcuno, che i civili inermi subirono l’ irresponsabilità della formazione partigiana Stella Rossa del comandante “Lupo”. È vero però che, sotto l’ influenza della lezione etico-estetica di Ermanno Olmi, Diritti guarda le cose senza pregiudizi, se non quello del più fermo rifiuto della barbarie. E anche quello della convinzione che fosse giusto e degno combattere l’ occupante e i suoi lacchè in camicia nera. I suoi contadini aiutano i “ribelli” e istintivamente non hanno in simpatia i tedeschi, ma non sono certo compattate cosciente classe combattente. C’ è anche chi con spavalda incoscienza, e indiscriminata fascinazione per armi e violenza, passa dai partigiani ai repubblichini. È con occhio pietoso che con il regista e con la sua piccola e muta protagonista Martina – sguardo narrante e custode della memoria futura – seguiamo il destino del soldato tedesco che si è comportato più umanamente degli altri e poi viene freddato senza pietà. Con la solennità semplice del suo andamento (e con la verità dei luoghi, delle parole e dei volti tanto più efficace quanto studiatamente e artificialmente riprodotta) questo film – come su altro versante cronologico più prossimo, e su un altro snodo chiave della nostra vicenda novecentesca, La prima linea di Renato De Maria – ci sembra che sia di aiuto a una consapevolezza diffusa e condivisa delle cose. Che, a partire dal radicamento indiscusso dei punti fermi, acquisisca la pietà come patrimonio di tutti.

di Alberto Crespi L’Unità del 22 gennaio 2010

L’ultimo grado di giudizio è il pubblico. I festival hanno parlato (bene Roma, dove è stato premiato; a vanvera Venezia, perché meritava il concorso). La critica e gli addetti ai lavori, anche. L’uomo che verrà è un magnifico film e Giorgio Diritti, a 50 anni da poco compiuti, può fregiarsi della patente di grande regista. C’è arrivato tardi, e grazie a un primo film – Il vento fa il suo giro – il cui successo sembra una fiaba[…]L’uomo che verrà non è un film sulla memoria. È un’opera che sposa un punto di vista e lo persegue: racconta Monte Sole dal punto di vista dei morti. I morti non possono parlare. Diritti li fa parlare. Non mette in scena, se non di sguincio, i partigiani. Ci trasporta nella quotidianità di quelli che stanno nel mezzo: le donne, i bambini, i vecchi, i padri di famiglia che rimangono nei villaggi dopo che i giovani, nell’autunno del ’43, sono scappati in montagna […]L’uomo che verrà ha il tempo e l’incedere lento delle stagioni. È quasi un film muto, fra Malick e Tarkovskij. Vietato perderlo

di Fabio Ferzetti Il Messaggero del 22 gennaio 2010

Succede ancora. Ogni tanto un regista allergico alle convenzioni soffia via la polvere da pagine che credevamo di sapere a memoria. Quanti film abbiamo visto sugli orrori nazisti? Quante stragi, quanti rastrellamenti, quanti tedeschi urlanti in armi? L’uomo che verrà di Giorgio Diritti è il contrario di tutto questo. Non la ricostruzione di una pagina di Storia, con tutte le maiuscole e il kitsch del caso, ma il prodursi di un evento che sembra accadere sotto i nostri occhi per la prima volta. […] È ciò che il cinema cerca di fare quasi sempre, non riuscendoci quasi mai. Eppure non c’è trucco. Basta spogliarsi di tutto ciò che sappiamo – oggi – su quell’evento. Per viverlo con gli occhi di chi lo visse, allora, come un fatto enorme e incomprensibile perché del tutto estraneo al proprio sapere e alla propria scala di valori. Facile a dirsi, meno a farsi. Diritti, già regista di Il vento fa il suo giro, ci riesce sposando dall’inizio alla fine lo sguardo dei contadini di Monte Sole, secondo logiche e ritmi che non appartengono alla Storia e alle sue guerre ma alla cultura contadina, al rapporto con la natura, a quella concezione arcaica e sacrale della vita già cara, con accenti diversi, a Olmi e Pasolini. […] Un capolavoro, limpido e accessibile, di cui essere orgogliosi. Chiedendosi anche perché ci siano voluti tanti anni per avere un film così libero e rigoroso sul tema

di Lietta Tornabuoni L’Espresso del 4 febbraio 2010

Giorgio Diritti, gia autore de Il vento fa il suo giro, evoca il tatto ne L’ uomo che verrà e fa un film molto bello. Gli avvenimenti visti con lo sguardo di una bambina di otto anni procedono parallelamente alla gravidanza della madre, il parto coincide con la strage: il neonato è “L’uomo che verrà” del titolo, il portatore di futuro che sarà giovane nel boom economico, vecchio nella crisi globale. Nell’originale i personaggi parlano nel loro dialetto emiliano, sottotitolato in italiano. Il film comincia prima del massacro e consente di conoscere il modo di vita faticoso della campagna, lo sfruttamento, la volontà rurale di non abbandonare case né animali, la paura, la bellezza insopportabile della Natura. Non ci si trova di fronte a un avventuroso “Bastardi senza gloria” né a un epico-politico “Achtung banditi!” né a un documentano storico. “L’uomo che verrà’ è la narrazione alta, nobile e semplice d’una grandezza umana e morale calpestata a morte. I protagonisti sono quelle che nella pittura figurativa vengono dette “figure iconiche”: ossia immagini realistiche e insieme icone eloquenti, ricche di significati, capaci di condensare la Storia. Eppure sono la sobrietà rispettosa dell’autore e la bravura degli interpreti a rendere il film ammirevole come nessun’ altra opera italiana del presente.

Quindi…buona visione!

Sara


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