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Martedì 16 novembre 2010 al Teatro Miela continua:
S/paesati – Eventi sul tema delle migrazioni XI edizione

ore 18.00: documentario
TERRA (E)STREMA
di Enrico MontalbanoAngela GiardinaIlaria Sposito
Italia, 2009, ‘55
Ogni anno per il raccolto si presentano centinaia di braccianti dal Nord Africa e dall’Est Europa. Vivono in accampamenti di fortuna, nei campi, a volte insultati e aggrediti dai residenti locali. Immigrazione e questione agraria s’intrecciano nell’agricoltura siciliana.
Inizia nella primavera del 2007, a Cassibile, frazione di Siracusa, il viaggio nella “Terra(e)strema”, il nuovo documentario girato nelle campagne della Sicilia per raccontare il lavoro dei braccianti immigrati. Ad Avola e Cassibile, ogni anno, per la raccolta delle patate, da maggio a giugno, si presentano centinaia di braccianti dal Nord Africa e dall’Est Europa. Vivono in accampamenti di fortuna, nei campi, a volte insultati e aggrediti dai residenti locali. Giampaolo e Pina, due abitanti di Cassibile spiegano come il borgo è cambiato. Il viaggio continua a Pachino, terra di pomodori, e poi verso ovest a Vittoria e Gela, verso le terre dei vigneti e degli oliveti, per poi terminare ad Alcamo, Campobello di Mazara e Giuseppe Jato. 

ore 19.00: presentazione della
RETE DEI FESTIVAL DEL “CAFFÈ SOSPESO”
Un’antica pratica napoletana voleva che se si beveva un caffè, se ne potevano pagare due, uno per chi non poteva permetterselo. Era un caffè offerto all’umanità. Di tanto in tanto qualcuno si affacciava alla porta e chiedeva se c’era “un caffè sospeso”. Abbiamo immaginato di voler offrire spazi culturali liberi, come si può offrire un caffè ad uno sconosciuto, lavorando in rete, con spirito di solidarietà.
La rete dei festival del “Caffé sospeso”:
Riaceinfestival, Lampedusainfestival, Valsusa Filmfest, Festival del Cinema dei Diritti Umani – Napoli, Film Festival sul Paesaggio – Polizzi Generosa, Marina Café Noir – Festival di Letterature Applicate Cagliari

ore 20.00: documentario
CON GLI OCCHI DELL’ALTRO
VUOI COMPRARE?
di Giordano Bianchi Martina Marafatto da un’idea di Mefehnja Tatcheu
Un documentario che partendo dall’esperienz adi Mefehnja Tatcheu indaghi e sfati convinzioni che circondano la condizione dei venditori ambulanti di colore.
Appena arrivato in città, come capita a tutti noi quando siamo in un luogo lontano da casa, dovendo recarsi in vie o piazze triestine che non conosce, chiede informazioni ai passanti che non si dimostrano per nulla disponibili ad ascoltarlo, convinti che lui sia l’ennesimo venditore da evitare. L’unico modo per riuscire a ottenere delle informazioni è dunque entrare in un bar per consumare la cosa più economica, un caffè, e poter chiedere al barista l’informazione necessaria. Le conseguenze di questi continui rifiuti e dell’unico escamotage possibile, sono delle notti insonni passate a smaltire la caffeina dei molti caffè ingeriti. Ma succederebbe mai ad un italiano? Quanti di noi troverebbero come unico conforto un barista che, previo compenso, ci spiegherebbe come arrivare a destinazione? Da questo episodio ha origine l’indagine di “Vuoi Comprare?”. 
ore 21.00:
ALI DI CERA
di Hedy Krissane
Italia, 2009, 7’19’’
Un naufrago approda su una bellissima spiaggia. Quando s’imbatte in un cartone di pizza capisce di essere in Italia La sua gioia è incontenibile e si lancia in una danza sfrenata. “Ali di cera”, un film in cui l’immaginazione vola alta, accompagnata da un ritmo senza fronzoli, come la valigia del migrante.Una narrazione sempre giovane, nata da un mito che neanche i millenni hanno potuto uccidere. Come il sole per Icaro, così l’Europa per il migrante può diventare una meta irraggiungibile. Il mare con i suoi raggi, il sole con le sue onde, possono fermare i corpi ma non possono piegare le aspirazioni, le tensioni verticali che non si fermano neanche di fronte alla diversità dei linguaggi e dei codici. Nessuno può impedire all’altro di volare.

RITORNO A LAMPEDUSA
di Dagmawi Ymer
Il documentario parte dal rapporto del regista con l’isola, per poi passare ai problemi reali di Lampedusa, quest’isola importante per lui . Dagmawi Ymer, giovane etiope laureando in giurisprudenza, una mattina decide di lasciare Addis Abeba per mettersi in cammino verso l’Occidente. Conoscerà il viaggio di dolore di chi, come lui, è trattenuto dalla polizia libica nelle carceri della tortura di Koufra, e, “finalmente”, riuscirà ad arrivare a Lampedusa. In Italia troverà il coraggio di raccontare la sua storia; di farsi, da narrato, narratore, per ricordare a noi occidentali di non voltare mai lo sguardo dall’altra parte. E’ un modo di restituire la dignità che uno perde quando sbarca sull’isola, con l’umiliazione di arrivare lì da emigrante, ma la gioia di essere salvato.

Per maggiori info Teatro Miela

Il 5 novembre S/paesati – Eventi sul tema delle migrazioni XI edizione si sposta al Teatro Stabile Sloveno

ore 18.00: incontro 
L’EUROPA FRA TRAMONTO E SOGNI:
LA QUESTIONE MULTICULTURALE

con il sociologo Khaled Fouad Allam(Università di Trieste) e lo scrittore Boris Pahor, moderatore Tatiana Rojc.
Le minoranze nell’Europa delle Nazioni, le spinte centrifughe e centripete della modernità e il ruolo dell’intellettuale di fronte a queste trasformazioni.

Entrata gratuita!

LINK UTILI:

Al Teatro Miela negli ultimi tre mesi dell’anno la XI edizione di S/paesati – Eventi sul tema delle migrazioni.

Ecco il programma di martedì 12 ottobre:

Ore 18.00: incontro
CITTADINI DEL MONDO:
LA SECONDA GENERAZIONE D’IMMIGRATI E IL DIRITTO DI CITTADINANZA

con il mediatore Tetteh Seraphin Agbodan, l’avvocato Walter Citti(ASGI), la ricercatrice Daniela Paci, la psicologa Laura Pomicino (Università di Trieste),Ismail Ademi (rete G2 – seconde generazioni), la giovane laureata Milica Novakovic.
In collaborazione con il Laboratorio Migranti del CISEM dell’Università di Trieste e con ASGI.
Italiani si nasce o si diventa? I figli degli immigrati, nati e cresciuti in questo paese, abitano la cultura italiana senza godere del diritto di cittadinanza: una questione aperta che genera contraddizioni e disuguaglianze.

Ore 20.30: spettacolo
ME NE VADO
di e con Marcela Serli
“Andarsene è il pensiero costante di chi si sente straniero nel proprio paese,
di chi si sente straniero ovunque. Come se la salvezza fosse muoversi!
Chissà qual è la salvezza, chissà dove sta. Questa è la domanda che mi pongo.
Me ne vado è un piccolo dolore. Parla delle paure che ho.
Parla dell’odio che provo e che credo proviamo. Parla del desiderio di andarsene, anche da sé stessi.
Me ne vado è un viaggio crudele ma ironico intorno al mondo. Intorno alle storie del mondo. Quelle storie che hanno fatto sì che gli uomini partano, se ne vadano. Se ne vadano alla ricerca di un luogo felice. O almeno vivibile.
Me ne vado è un monologo per molteplici voci, quasi fossero una sola. E’ la voce dei viaggiatori disperati, di quelli che si son rotti le palle dell’ipocrisia dei propri compaesani, delle contraddizioni della propria terra, delle bugie del proprio stato.
Il percorso drammaturgico e l’interesse per questo argomento è iniziato molti anni fa quando nel settembre del 1999 sono andata in Albania per lavoro, l’Albania si mostrò eccessivamente forte davanti ai miei occhi, per non vederla. Mi sorprese il paesaggio umano. Così somigliante al paesaggio umano della mia città, Tucumàn, in Argentina, così somigliante a Trieste, in quell’Istria che lasciò mio padre, alla Beirut che lasciò mio nonno quando se ne andò per Tucumàn.
La povertà si assomiglia ovunque. La povertà umana anche.
Chiamo “paesaggio umano” quel paesaggio urbano, misto tra gente e luogo, misto tra abitanti di un luogo e il luogo stesso. Quel miscuglio tra un paesaggio trasformato e, in questi casi, distrutto, rovinato dagli uomini, e quegli uomini, rovine di un’umanità, devastata da un luogo e dalla sua storia. Questi uomini e la loro terra non possono essere separati, perché questa terra ha fatto diventare così questi uomini, e questi uomini hanno fatto di questa terra quello che è. Sono legati loro malgrado per sempre. Anche quando se ne vanno.
Le ragioni. Quando le ragioni diventano troppo urgenti, quando le ragioni si fanno così numerose da accavallarsi, da mescolarsi fra di loro, fino a diventare solo una melma illogica di ragioni. A quel punto non c’è famiglia, non c’è amore, non c’è patria che tenga. Il tuo partire diventa urgente, come una bomba, come una guerra, diventa cieco. E le ragioni se ne vanno a puttane. Perché a quel punto l’urgenza è diventata tutto, così è stato anche per mio nonno, partito dal Libano (la sua terra) per andare in Argentina, così è stato per mio padre partito dall’Italia per l’Argentina (dopo essere stato due anni prigioniero dai tedeschi).
E così per me.
Ecco, ho deciso di scrivere un testo che raccontasse, non in forma di narrazione, ma in forma di situazioni-poetiche, l’andarsene.
Ho deciso di scegliere anche un punto di vista: il mio. E presumere dunque, che il mio arbitrario punto di vista, possa essere sufficiente, per raccontarvi questa storia.
Me ne vado è uno sfogo. È lo sfogo di quattro generazioni di emigranti”
Marcela Serli.

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